Zaky liberato ma su Regeni tutto fermo

La scarcerazione di Patrick è un primo passo. Ma non tutto è ancora risolto e su Giulio Regeni rischia di calare il silenzio. L’Italia resta sempre la “repubblica delle banane”.

Un successo. Dopo tanta sofferenza e paura. Non si può descrivere in altro modo la scarcerazione di Patrick Zaki, arrivata dopo un anno e dieci mesi di timori. Ma c’è anche un’altra parte della vicenda. Intanto, Zaki è ancora imputato e non può al momento rientrare in Italia. L’uscita dal carcere è un primo passo, ma resta ancora tanto da fare. Il governo italiano, a partire dala Farnesina, promette di continuare a “lavorare silenziosamente, con costanza e impegno”. Ma la strada da fare è ancora parecchia. E poi c’è tutta un’altra storia, che può apparire lontana ma lo è forse non del tutto. Si tratta della vicenda di Giulio Regeni, sulla quale nonostante le responsabilità dell’Egitto appaiano sempre più chiare non sono stati fatti passi ufficiali.

Anzi. Il processo a quattro membri delle forze di sicurezza egiziane, imputati per l’omicidio del giovane ricercatore, non si può svolgere in assenza di informazioni sui domicili degli accusati. Il Cairo non sta cooperando con l’Italia su questo punto e l’Italia non sta riuscendo a fargli cambiare atteggiamento, nonostante la relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Regeni abbia individuato proprio gli apparati di sicurezza governativi egiziani come responsabili dell’omicidio. I vari governi italiani che si sono succeduti non sono riusciti a scalfire l’impermeabilità del governo egiziano, che sulla vicenda non sembra intenzionato nessuna di quella che considera come “concessioni” ma che sarebbero in realtà passi verso una cooperazione effettiva per la soluzione di un caso che continua a fare male.

Il problema è che continua a fare male soprattutto a chi vorrebbe che emergesse la verità sulla fine di Giulio Regeni, non tanto ad altri attori. Mentre la società civile continua a chiedere mosse concrete verso la verità, l’Italia sembra infatti avere le armi spuntate per realizzarle. Certo, a livello simbolico la costituzione come parte civile al processo ha dato un messaggio. Ma tutto si è fermato lì. Anche perché nel frattempo le relazioni diplomatiche sono proseguite, seppure con qualche “precauzione” maggiore rispetto al passato.

La realtà, però, è che l’Italia in Egitto ha molteplici interessi e non è semplice cancellare tutto come se nulla fosse. E nonostante la liberazione di Zaki queste contraddizioni emergono ancora, anzi lo fanno forse ancora di più di prima, visto che c’è chi teme che con la scarcerazione di Zaki possa finire in secondo piano o essere dimenticata la storia di Giulio Regeni, facendo passare in secondo piano le criticità sui diritti umani in Egitto. Lo sottolinea, per esempio, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Rispondendo a una domanda di Rossella Muroni nel corso dell’audizione alle commissioni riunite Ambiente di Camera e Senato, ha dichiarato che sulla prossima COP27 che si terrà nel novembre 2022 in Egitto, a Sharm el Sheikh, alla luce dei casi Regeni e Zaki si farebbe “qualche domanda”, perché “andare lì facendo finta di nulla pesa moltissimo” e “se fossi ancora ministro per me sarebbe un problema”.

I rapporti bilaterali sono tradizionalmente stretti e spesso floridi. A livello commerciale le direttrici fondamentali sono sostanzialmente due: energia e difesa. L’Egitto è il secondo produttore di gas in Africa e le aziende italiane sono attive nel paese da tempo e in maniera rilevante. Da diversi decenni, ben prima del caso Regeni ma anche ben prima dell’avvento di Al Sisi o della fine di Mubarak dopo le primavere arabe del 2011. Un rapporto che è proseguito però anche negli scorsi anni e che anzi si è approfondito con nuovi progetti bilaterali e nuovi investimenti dopo la scoperta di nuovi giacimenti che rendono di certo meno appetibile la prospettiva di abbandonare un paese che invece offre ottimi spunti e ottime prospettive di cooperazione sotto il profilo energetico. Si parla di investimenti miliardari.

Anche per quanto riguarda la difesa, l’omicidio Regeni non ha bloccato i legami bilaterali. Anzi, come scritto dall’HuffPost, nel 2020 le esportazioni sono aumentate passando dai 900 milioni di euro a 1,2 miliardi di euro. E si procede su questa strada, visto che secondo accordi firmati esattamente un anno fa saranno consegnati nuovi mezzi militari sia aerei sia navali e sia satellitari. Nonostante l’apparente paradosso che l’Egitto abbia sostenuto le rivendicazioni del generale Haftar sulla Libia, teoricamente avversario del governo di Tripoli sostenuto invece dall’Italia. Anzi, si dice che Roma abbia utilizzato la sponda del Cairo per intavolare il dialogo comunque esistito con il generale Haftar.

I legami hanno poi anche un aspetto politico. Con la Libia in fiamme e il Sahel sotto costante minaccia terroristica, è evidente che a nessuno convenga un Egitto instabile. Anche per questo, nonostante il caso Regeni e le tante ombre sui diritti umani sotto il regime di Al Sisi, nessuno (non solo l’Italia) si prenda la briga di mettere nel mirino Il Cairo, che anzi sta guadagnando spazio nelle arene internazionali per la sua posizione strategica. La Francia di Emmanuel Macron ha appena concluso la vendita di altri armamenti, mentre gli Stati Uniti danno finanziamenti importanti a un Paese che ha anche altri amici verso oriente.

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