Vuolsi così colà dove si puote

Il Governo battuto al Senato è la novità del giorno. Una maggioranza più o meno improvvisata fatta di centrodestra e renziani ha lanciato un segnale del tipo “forse conviene starci a sentire un po’ di più”. Un ministro avverte che così facendo si rischia di perdere Draghi. In altri termini una democratica votazione in parlamento rischia di far offendere il premier. Questi, evidentemente, non accetta esercizi di democrazia e sarebbe il caso di prenderne finalmente atto. Il dato non è irrilevante, ma passa inosservato. In altri termini si può ancora discutere e votare in parlamento, purché si voti a favore del governo.

Quello che oggi, però, risalta, è questa nuova maggioranza che, verrebbe da pensare, è composta dalle presunte vittime politiche della giustizia. Salvini, Renzi, ma prima di loro Berlusconi, godono da sempre di un trattamento privilegiato da parte delle Procure, privilegiato nel senso che sono sempre nei loro pensieri e, come suol dirsi, pescando con la rete un pesciolino si acchiappa sempre, cioè, indagando sulle loro vite, affari e questioni personali facile che qualche cosa si trovi sempre, alla fine. Vederli schierati contro il centro sinistra che, per l’evidente intercessione dello Spirito Santo, giammai si macchia di comportamenti a rischio sanzione penale, o, se proprio accade, non li si enfatizza, ma li si minimizza, fino a dimenticarsene, fornisce un’idea della futura contrapposizione politica: da un lato quelli col certificato penale burrascoso e dall’altro toghe e integerrimi. Ma, nonevèro, sostiene tal Davigo, in Italia non esistono onesti, ma solo gente che l’ha fatta franca, chissà se per puro culo o per intercessione di chi può. Quindi le etichette non sono proprio appropriate, ma le useremo per comodità.

I sostenitori della democrazia, comunque, esultano: vedere sconfitto il governo significa che ancora c’è un pensiero contrario rispetto a quello di Draghi. Una vera consolazione. E’ infatti stucchevole assistere all’unanime, pusillanime, servile coro a favore dell’unico uomo che può condurci verso la salvezza. Poco conta, infatti non si dice, che questa salvezza costerà molte vite, fallimenti, povertà, e che ci frega, basta che lo Stato italiano aggiusti i suoi conti e la finanza vada a gonfie vele. Infatti su tutte le prime pagine si legge che la ripresa è decisa, straripante, trainante, addirittura, salvo poi verificare che nelle tasche degli italiani ci sono sempre e soltanto pochi spiccioli, che la categoria dei debitori aumenta ogni giorno e che intere categorie sono in crisi profonda e forse irreversibile. Ma questo non si deve dire. Guasta evidentemente l’appetito a qualcuno. E noi non possiamo permettercelo, come dice quel ministro. Non sia mai Draghi si stufa e molla tutto, la tragedia.

Comunque tranquilli, Draghi non si stufa, non sta facendo una cortesia agli italiani, sta lì perché vuolsi così colà dove si puote, quindi più che immalinconirsi e lasciare lo scranno di imperatore, troverà la maniera di tacitare chi si oppone al suo vangelo. Come per i manifestanti, messi al bando, accusati di tutto, resi inoffensivi, almeno finora.

Ma il modello Italia si impone. Presto oltre a esportare cervelli, esporteremo ministri. Speranza già ce lo richiedono. Per esempio in Brasile, dove come niente si mettono a ridere e ballare, intollerabile, perdinci, quindi un ministro come Speranza che è l’immagine della mestizia non potrà che calmierare questa strabordante voglia di vivere che, diciamocela tutta, in questo momento è davvero inopportuna. Esporteremo Lamorgese, Brunetta e tutta la compagnia. Allora sì che la bilancia dell’import-export farà saltare il banco. Vabbè, fantasticavo. Anche perché, come per Chiesa della Juventus, i nostri ministri sono stati dichiarati incedibili, almeno fino alla vittoria sul virus. Così hanno assicurato, per cui possiamo stare tranquilli e dormire sereni, senza una lira ma sereni. Vuoi mettere?

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Luciano Petrullo
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2 Comments

  1. Forse in Italia c’è chi guarda ma non riesce a vedere e chi ci vede ed è meglio che si stia zitto.

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