Un mantra ci salverà la vita

Facendo mia la preghiera di Ignazio di Loyola la utilizzerei come mantra per i politici: dare senza contare, combattere senza pensiero delle ferite, lavorare senza cercare riposo, prodigarsi senza aspettare altra ricompensa. La rigida, severa, metodica applicazione dei principi elencati, andrebbe supportata, poi, da un’intelligenza viva, verificabile attraverso test attendibili, una cultura più che media, una indiscutibile educazione (ché serve d’esempio), una riservatezza di fondo, e, per finire, una francescana umiltà.

A chi potrebbe indicare in Mario Draghi la persona che meglio personifica il modello descritto, obietterei che al nostro premier manca significativamente la francescana umiltà e almeno tre dei principi indicati da Sant’Ignazio.

A chi, invece, dovesse obiettare che uno così non lo si trova facilmente, risponderei “e meno male”, dando chiaramente a intendere che fare il politico e governare non è per tutti.

Lo stereotipo che ritroviamo quale ospite fisso in TV e che condiziona la nostra vita anche mentre si pranza, cena o si cerca di prender sonno, è quello, invece, dell’arrogantello, di cultura medio bassa, autoreferenziale, non geniale, a volte neanche troppo intelligente, lavativo, indifferente, spesso finanche antipatico.

Il problema è che fra TV e social appaiono subito, in tutta la loro avvenente mediocrità, le miserie dei nostri eroi i quali, non immaginando quanto sia lesivo della loro figura mostrarsi in tutto il loro splendore, dalla foto ammiccante o emblematica, al pensiero notturno, realizzano con le loro manine un’operazione di autentica distruzione della loro immagine.

Ma non bisogna neanche negarsi che la cruda verità, cioè la loro essenza trasparente, il loro peso piuma specifico, non è evidente a tutti, talché possono crearsi schieramenti fieramente opposti sul giudizio da dare ai nostri amministratori politici. Evidentemente la partita è falsata perché far fare a tutti il giudice è come sistemare alla Presidenza della Corte di Assise uno che ha studiato come perito tecnico senza neanche arrivare a diplomarsi o far eseguire un’operazione chirurgica a un manovale. E qui viene in ballo il fatidico uno vale uno, e cioè il principio più balordo che sia stato mai enunciato.

Uno non vale mai uno, ed è nella diversità che nasce l’uguaglianza. Facile sentirsi uguali fra bianchi o fra neri. L’obiettivo è che un bianco e un nero si sentano uguali. Anche l’intelligente e lo stupido devono sentirsi uguali, consci della loro diversità, diciamo organica. E ciò nonostante uguali.

Il grande burocrate è uguale all’impiegato e questa uguaglianza, che nasce dalla diversità di competenze, capacità, visione, produttività, è quello che rende civile un popolo.

Un popolo ha stima di se stesso quando seleziona i suoi rappresentanti e non quando li raccatta nelle sedi di partito o sul web.

L’Italia non ha stima di se stessa, è arrogante e supponente. Sceglie i suoi amministratori col sistema della tombola truccata e la faccia tosta degli stupidi.

Ieri o ieri l’altro in una seduta alla camera erano presenti solo otto deputati e pare che l’argomento fosse anche rilevante. Per dire la sensibilità dei nostri uno vale uno.

Direbbe un commentatore “così non si va da nessuna parte”, “ma di cosa stiamo parlando”, e chioserebbe alla grande, con una scemenza, un discorso che potrebbe essere serio.

Quindi, ciccia. Come non detto. Scusate l’ardire. Viva Draghi, la Repubblica e il paese di Pulcinella.

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