Tumore dell’ovaio: è l’ora dei Parp-inibitori

L’avvento negli ultimi anni dei Parp-inibitori ha migliorato le prospettive di cura per il tumore dell’ovaio e, di conseguenza, le prospettive e la qualità di vita delle pazienti. Una piccola rivoluzione che oggi, grazie alla recentissima approvazione in Italia del niraparib, fa registrare un ulteriore e decisivo passo in avanti. Niraparib è il primo PARP inibitore per il trattamento di tutte le donne con cancro alle ovaie in fase avanzata, indipendentemente dalla presenza della mutazione dei geni BRCA 1 e 2. «Entrando più nello specifico -spiega Domenica Lorusso, professore associato di ginecologia e ostetricia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e responsabile della ricerca clinica alla Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS- si tratta di un significativo avanzamento nelle cure perché ora è possibile utilizzare questo farmaco come terapia di mantenimento per le pazienti di recente diagnosi affette da carcinoma ovarico epiteliale di alto grado avanzato (FIGO Stadio III e IV), alle tube di Falloppio o peritoneale primario, subito dopo la chemioterapia a base di sali di platino e post chirurgia. Precedentemente invece l’utilizzo era riservato esclusivamente alle donne che avevano già avuto una recidiva (uso in seconda linea) e che avevano la mutazione genetica BRCA». Con il via libera dell’autorità regolatoria, a poter beneficiare di niraparib non sono quindi solo le pazienti con carcinoma ovarico BRCA mutato (BRCAm), circa una su quattro tra quelle in stadio avanzato, ma anche le donne prive di mutazione BRCA (circa tre su quattro). Inoltre, nel caso delle pazienti BRCA mutate, la disponibilità di niraparib offre all’oncologo l’opportunità di scegliere il Parp inibitore più appropriato sulla base delle caratteristiche di ogni singola paziente.

Il tumore ovarico è l’ottavo tumore più comune nelle donne nel mondo. In Italia si calcola siano 5.200 ogni anno le donne colpite da questa neoplasia. L’80-90% dei tumori ovarici insorge in donne di età compresa fra 20 e 65 anni e il 90% è diagnosticato in donne d’età superiore ai 40 anni. Il tumore all’ovaio ha origine dalle cellule alterate delle ovaie, piccole strutture anatomiche situate ai lati dell’utero dove avviene il processo di ovulazione e che svolgono anche una funzione endocrina. I tumori a decorso maligno dell’ovaio si classificano in: epiteliali, germinali e stromali. I tumori epiteliali sono quelli largamente più diffusi visto che costituiscono il 90% del totale delle neoplasie ovariche. Purtroppo è molto difficile diagnosticare il tumore ovarico in fase precoce perché non esiste uno screening e i sintomi sono spesso aspecifici: gonfiore addominale, dolore pelvico, bisogno frequente di urinare, inappetenza.

«Quella dei Parp-inibitori (acronimo di poli-ADP ribosio polimerasi) -spiega l’esperta- è una categoria di farmaci la cui azione consiste nell’annullamento dei meccanismi di riparazione del Dna messi in atto dalle cellule neoplastiche dell’ovaio utili a riprodursi, contrastando così anche gli effetti protettivi della precedente chemioterapia. Si tratta di farmaci che garantiscono una buona qualità di vita perché gravati, in genere, da lievi effetti collaterali: astenia, nausea, stitichezza e, solo più raramente, anemia e piastrinopenia. Il niraparib è anche un medicinale maneggevole e di facile utilizzo. Il vantaggio aggiuntivo per le pazienti consiste infatti nella monosomministrazione orale a domicilio, che si concilia con il ritorno a una vita il più possibile vicina alla normalità al ter-mine della chemioterapia. Anche perché non è più ammissibile che una paziente con carcinoma ovarico di nuova diagnosi non riceva alcuna terapia di mantenimento al termine della chemioterapia, sapendo di andare incontro a un alto rischio di recidiva (80%)».

A sostegno della nuova indicazione di niraparib ci sono i risultati dello studio PRIMA, pubblicato il 28 settembre 2019 sul New England Journal of Medicine. Si tratta di un trial di fase 3 randomizzato svolto su 733 pazienti e controllato con placebo, volto a va-lutare l’efficacia di niraparib come terapia di mantenimento in pazienti con tumore di nuova diagnosi in stadio avanzato, dopo la risposta alla terapia di prima linea a base di platino. Dallo studio è emerso un significativo beneficio in termini di tempo libero da recidiva, sia nelle pazienti BRCA mutate (60%), sia in quelle senza mutazione di BRCA (57%). Nella popolazione complessiva niraparib ha ridotto il rischio di progressione o morte del 38% rispetto a placebo. Questi risultati sono particolarmente importanti perché, come già evidenziato, l’80% delle pazienti dopo la chemioterapia va incontro a recidiva.

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