Terza dose o dose booster: vaccini Covid-19 a confronto

Sette diversi vaccini a confronto come terze dosi o dosi booster. I risultati di uno studio britannico su The Lancet.

Uno studio britannico ha testato sette diversi vaccini contro Covid-19 come terze dosi o dosi booster, per verificare la risposta anticorpale in tremila persone vaccinate con doppia dose di Comirnaty (Pfizer/BioNtech) o Vaxzevria (Oxford AstraZeneca). Il risultato? Tutte le combinazioni sono risultate sicure e tutte tranne una hanno indotto una significativa crescita degli anticorpi contro il virus Sars-CoV-2 che provoca Covid-19. L’indagine ha diversi limiti, ma fornisce una prima panoramica su sicurezza ed efficacia delle varie combinazioni di vaccini.

I ricercatori hanno coinvolto poco meno di tremila persone con più di 30 anni, dividendoli in 13 gruppi: sette sottoposti a vaccinazione con diversi vaccini (AstraZeneca, Curevac, Johnson & Johnson (Janssen), Moderna, Novavax, Pfizer e Valneva), tre gruppi che hanno ricevuto mezza dose e tre nei bracci di controllo, a cui è stato somministrato un vaccino contro il meningococco.

Come descritto in un articolo pubblicato su The Lancet, tutte le combinazioni fra vaccini Covid-19 hanno prodotto un notevole incremento della risposta anticorpale, fino a 32 volte per chi ha ricevuto una dose booster di Moderna dopo due dosi di AstraZeneca, 11,5 volte dopo due dosi di Pfizer, mentre l’unico vaccino con basso impatto sul titolo anticorpale è risultato mezza dose di Valneva (un nuovo vaccino a virus inattivato attualmente sotto esame di EMA, l’agenzia europea del farmaco). Non ci sono state differenze importanti in base all’età dei partecipanti.

Come interpretare questi risultati? Non facendone una classifica di efficacia. I ricercatori stessi, infatti, ricordano che questi dati ci parlano dell’immunogenicità del farmaco, ovvero della sua capacità di indurre una risposta da parte del sistema immunitario (il numero di anticorpi in grado di bloccare il virus ed evitare l’infezione, immunità sterilizzante). Non ci dimostrano la protezione contro la malattia nel mondo reale, che è il risultato di più fattori che comprendono l’immunogenicità ma non si limitano ad essa. Il dato positivo, ha commentato il primo autore Saul Faust, direttore della ricerca clinica all’University Hospital Southampton NHS Foundation Trust, è che: «Un’ampia gamma di vaccini, basati su differenti tecnologie, mostrano benefici come terze dosi sia dopo AstraZeneca sia dopo Pfizer. Questo ci dà fiducia e ci permette di essere flessibili nello sviluppo di programmi di richiamo qui nel Regno Unito e globalmente, tenendo conto anche di altri fattori in gioco come la catena di rifornimento e la logistica».

Un ulteriore dato incoraggiante è stata la risposta delle cellute T, linfociti che hanno il compito di riconoscere le cellule infettate dal virus ed eliminarle (immunità mediata). Lo studio ha mostrato che quasi tutte le combinazioni (eccetto AstraZeneca seguito da terza dose Valneva o ancora AstraZeneca, e Pfizer seguito da terza dose Novavax) hanno prodotto una significativa risposta cellulare. Soprattutto, sottolineano gli autori, la risposta delle cellule T è risultata simile nei confronti delle varianti beta e delta. «Il dato sulle cellule T, anche se non è ancora chiara la sua relazione con l’immunità a lungo termine, sembra indicare una risposta ad ampio spettro alle diverse varianti del virus e ci fa sperare di poter gestire forme mutate con gli attuali vaccini, certamente in termini di ricoveri e decessi, se non di controllo dell’infezione». Per chiarirsi le idee e consolidare i programmi vaccinali, serviranno altre risposte, ad esempio sull’utilizzo di dosi dimezzate, sulla popolazione più giovane e con intervalli più lunghi fra ciclo vaccinale e dose di richiamo.

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radionoff
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