Riprendere il cammino dello sviluppo oltre la ‘società irrazionale’

di Giancarlo Vainieri, presidente Centro studi sociali e del lavoro (Uil)

Quale è l’identità di periodo , l’intuizione, il movimento delle cose ? Il  Rapporto Censis 2021 coglie qualcosa di inquietante .L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale e  pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Il pensiero irrazionale si è diffuso sia nelle  posizioni scettiche individuali, sia nei movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze. E  si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando sempre più spazio nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive.

 L’indagine Censis rivela che per il 5,9% degli italiani (circa 3 milioni di persone) il Covid “semplicemente non esiste”. Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. 

Si sono capovolti, nel senso comune di tante minoranze di italiani, il valore e le virtù della ragione a fondamento di tante conquiste per fronteggiare i  rischi di sistema. La ragione proteggeva dai rischi esistenziali generando risultati inimmaginabili nell’allungamento dell’aspettativa di vita che invece a volte viene percepito come un peso un costo e non come una conquista. E dove mettiamo le risultanze del sistema di protezione sociale e sanitario di tipo universalistico,ed ancora lo slittamento sociale e lo spettro del declassamento che viene osteggiato con una istruzione migliore e con i valori meritocratici?

In qualche modo avanza uno scuotimento dei valori e del progetto della modernità. Ma perchè accade questa sorta di restaurazione del pensiero irrazionale’? C’è qualcosa di più profondo dello stordimento della pandemia. Le aspettative tradite provocano la fuga nella dimensione del magico, del suggestivo. Siamo nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Prendiamo il caso di quella drammatica sfasatura tra le risorse profuse dai giovani per studiare ed il misconoscimento reale di questi impegni. Il rischio è di un rimbalzo nella scarsità. Ci sono fattori di freno che congiurano contro la ripresa economica. Tutti i rischi di natura socio-economica che avevamo paventato durante la pandemia (il crollo dei consumi, la chiusura delle imprese, i fallimenti, i licenziamenti, la povertà diffusa) vengono oggi rimpiazzati dalla paura di non essere in grado di alimentare la ripresa, di inciampare in vecchi ostacoli mai rimossi o in altri che si parano innanzi all’improvviso, tanto più insidiosi quanto più la nostra rincorsa si dimostrerà veloce. A cominciare dal rischio di una fiammata inflazionistica.

Ci sono processi concreti , di realtà che influenzano e gettano una luce sinistra sulla percezione del futuro che appare problematico. Una crescita de l Pil che nei prossimi anni si prevede ritorni su ritmi modesti intorno all’1 %del 2024. Il conto patrimoniale degli italiani che si è ridotto del 5,3% in termini reali, come esito della caduta del valore dei beni reali (-17,0%). La riduzione del patrimonio, esito della diminuzione del reddito lordo delle famiglie (-3,8% in termini reali nel decennio), mostra come si sia indebolita la capacità degli italiani di formare nuova ricchezza.

E poi il fenomeno che Censis tratteggia con espressione calzante del ‘complotto contro il lavoro: il gioco al ribasso della domanda e dell’offerta. Quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Anche tra i poco meno di 5 milioni di occupati di 15-34 anni  ha conseguito al massimo la licenza media (il 19,2% del totale),  ha un diploma il 54,2% ed una laurea (26,6%)

Altro dato di realtà che non accompagna sotto i migliori auspici la ripresa è ‘il sottoutilizzo del capitale umano e la dissipazione delle competenze’. L’Italia affronta la grande sfida della ripresa post-pandemia con una grave debolezza: la scarsità di risorse umane su cui fare leva. Il primo fattore critico è l’inverno demografico. Tra il 2015 e il 2020 si è verificata una contrazione del 16,8% delle nascite. Combinato al malessere demografico c’è il tema  della precarietà lavorativa sperimentata nei percorsi di vita individuali influenza il clima di fiducia verso lo Stato e le istituzioni.

Il 58% della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, ma tra i giovani adulti la percentuale sale al 66%. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese.

 Censis è stato sempre attento a scovare le ragioni di un lungo fronteggiamento della società italiana alle tante fasi di crisi e di affievolimento della crescita con quello speciale , costume e qualità di volontarismo e di mescolanza tra attività emerse e sommerso.

Ora però il Rapporto 2021 avverte che l’adattamento continuato non regge più, il nostro complessivo sistema istituzionale deve ripensare se stesso. Siamo di fronte a una società che potrà riprendersi più per progetto che per spontanea evoluzione.

La ripresa dello sviluppo è la prima strutturale richiesta che la società esprime in termini di progetto unitario. La pandemia, rimescolando le carte, ha costretto il Paese a porsi di fronte alle opportunità dell’accelerazione negli investimenti pubblici e privati.

È il tempo di un cronoprogramma serio, non importa se dettato dai vincoli europei. È il tempo delle riforme strutturali e dei grandi eventi internazionali da preparare e ospitare in Italia. È il tempo dell’intervento pubblico, orientato da scelte coraggiose.

 Calza molto il termine ‘transizione’. Il momento più grave è ormai alle spalle, che ci siamo rimessi in cammino. Intorno a ciascun progetto di transizione (green, digitale, demografica, occupazionale) si accumulano tanti sprazzi di vitalità, tanta voglia di partecipazione, tante energie positive.  E’ quello che serve anche alla società di Basilicata che si è cacciata in una condizione di rischio e di offuscamento se non ritrova il gusto della ‘imprevedibilita’, della scelta di osare come ‘comunità immaginata’ per giocare i suoi talenti di ‘regione aperta’. Con due carte invidiabili da spendere: quella dei suoi flussi legati agli insediamenti dei players presenti nel territorio a cominciare da Stellantis, da un miglioramento degli assi e della mobilita intorno al polo di Melfi. Insieme alla dimensione delle risorse endogene dei luoghi  e dei suoi beni comuni. E’ possibile immaginare un quid di progetti e di opere da applicare su questi due mondi dell’anima lucana ?

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