Razionalismo e misticismo in Dante

Il presupposto che la ragione è sufficiente a raggiungere la conoscenza di certe verità indipendentemente dalla rivelazione induce Dante a pensare e a dimostrare – e non tanto nel Convivio quanto nella Monarchia e  nella Comme­dia – che come duplice è il fine dell’uomo, uno per la vita terrena e uno per la vi ta eterna, così al raggiungimento del primo sia mezzo sufficiente la ra­gione, a quello del secondo occorra la fede. La ragione viene in tal modo a essere considerata, per quanto attiene alla vita terrena, indipendente dal!a fede. Giovano certo l’aiuto e l’assistenza divina, anche nelle cose del mondo, anzi sono indispensabili, e in ogni caso la mente umana deve prender lume da ciò che Dio ha rivelato della verità e della volontà sua; ma pure, in questo campo, la ragione si muove dì per sé e opera secondo le propri e forze. Que­sto concetto non è, come pensa il Pietrobono, proprio esclusivamente  del Convivio, né viene a esser temperato o sconfessato nelle opere più tarde: anzi Dante se ne persuade sempre più quanto più sente il bisogno di trovare una base per sostenere l’indipendenza del potere imperiale dal potere religioso. Nella Divina Commedia la distinzione è posta nettamente da Virgilio pagano, e la separazione delle due autorità e del loro compito e dominio è, ripeto, fondamento , nel Poema, d’ogni invenzione.

Si dirà: ma Virgilio è mandato da Beatrice. Lasciamo andare quanta par­te abbia avuto nell’invenzione di questo particolare un ‘esigenza d’insieme della figurazione poetica: a ogni modo il «savio gentil che tutto seppe» guida Dante con piena indipendenza. Beatrice ha rimesso a lui pienamente la scelta dei mezzi, ed egli sa di suo la via per cui condurlo e la mèta: il paradiso terrestre, cioè lo stato di vita umanamente perfetto, quella felicità che l’uomo è in grado di conseguire in questo mondo col solo mezzo della pro­pria virtù . Certamente, Virgilio ha bisogno talvolta dell’aiuto diretto del cie­ lo e aspetta ilmesso (Inf. IX, 9 sgg.), e Lucia porta Dante addormentato dalla valletta dei principi fin presso alla porta del Purgatorio (Pur.. IX, 55 sgg.). Che meraviglia? Sempre l’uomo ha bisogn o dell’aiuto divino e deve invo­carlo divotamente ogni volta che occorra; anzi Dio, anche spontaneamente, interviene ove sia necessario, poiché il supremo governo del mondo è riser vato alla sua provvidenza . Ma non per questo si può negare che egli abbia dato agli uomini la ragione perché l’adoperino in condurre a buon fine la loro vita con piena libertà d’arbitriò. Ha largito alla nostra mente quel tanto di verità sovrannaturale che ci occorre e noi anche in quanto ci gioviamo  di questo lume superiore facciamo retto uso della ragione. Allo stesso ci ha dato una guida per la vita religiosa; e non è detto che la luce della grazia non possa, con la benedizione apostolica, confortare anche l’imperatore nel libero adempimento del suo ufficio.

Nella Divina Commedia c’è qualche spunto mistico portato naturalmente dal soggetto: né v’è da meravigliarsi che il Poeta in tanti anni di lotta. verso tante vicende dolorose sentisse, in certi momenti quasi come un desiderio, un bisogno di sollevarsi sulle miserie del mondo, di dimenticare questa povera  terra e  di rifugiarsi nel pensiero di Dio, nell’aspirazione a una pace di cui la fantasia gli veniva dipingendo immagini luminose. Ma son fugaci aneliti, sospiri d’una stanchezza cui rifulge da lontano una certa promessa di riposo: il sentimento più costante, fondamentale, nel Poema è altro. Il pensiero del Poeta, è quasi dicevo la sua idea fissa, è il mondo rotto e sconvolto, e la ricerca dei mezzi che potrebbero ridargli pace e salvarlo: un pensiero del mondo, dunque, più che un pensiero di Dio; e il cielo è veduto di tra le miserie della terra, e l’aiuto divino è invocato perché a esse sia posto riparo. Quella che pur possiamo chiamare la conversione di Dante non è una crisi profonda, che abbia fatto di lui tutt’altro uomo da quel che era. Ha veduto,  sì, la fallacia delle  «presenti  cose», dei  beni  di questo mondo; e, sfuggendo ai loro ingannevoli allettamenti, s’è volto al bene «di là dal qual non è a che s’aspiri»; ma ciò non esclude ch’egli pensi alla terra e all’uomo, e ai suoi destini provvidenziali e alla necessità del soccorso divino perché il genere umano, tutto sviato dietro la mala guida, si ravveda e torni sulla diritta via: a questo. anzi, è sempre fermo il suo pensiero. Il devoto di Maria, il seguace di Giustizia, è salvato dalla Grazia: il suo sentimento religioso, la sua dirittura l’han fatto degno di salute. Ma la Grazia non Io salva perché il suo spirito s’anneghi nella contemplazione di Dio, perché s’inebri in un’immota estasi di misticismo; sì perch’egli sia fatto degno della missione che vuole assumersi rispetto ai suoi contemporanei, perché operi «in pro del mondo che mal vive». Azione ha da esser la sua, non contemplazione; e ciò è conforme al temperamento del Poeta, quale noi lo cono­sciamo attraverso la sua vita e da tante testimonianze delle sue opere. In questo suo senso vivo dell’azione raddrizzatrice del mondo, Dante si trascina dietro, per così dire, tutti e tre i regni d ‘oltretomba; e nella terza cantica in particolare i beati tutti sembra non abbiano altra sollecitudine che la salute di questa« aiuola che ci fa tanto feroci»: così alieno è il Poeta da .quell’atteggiamento mistico che per costituire il carattere saliente dell’opera dovrebbe essere costante, o almeno largamente diffuso; laddove appare sol tanto in qualche momento di singolare esaltazione o di più intimo abbandono; e in tali casi pure ha motivi e caratteri così fatti da apparirci improntato, almeno per via d’antitesi, d’un’indomabile sete di azione.

In conclusione, come non si può parlare di razionalismo per il Convivio, così non si può parlare neppure di misticismo per la Divina Commedia; se per misticismo s’intenda qualche cosa di più determinato che non sia il vivo sentimento religioso dominante nel Poema, o qualche momento di più completo abbandono ai conforti della fede e di più intenso disprezzo delle cose mondane. In Dante si osserva sempre – nella Commedia come nelle altre opere, e in ciò che sappiamo della sua vita – un perfetto equilibrio delle facoltà morali  e  intellettuali, che lo fa rifuggire  istintivamente  da ogni  esagerazione, e in  virtù  del quale egli è sempre disposto  ad  apprezzare quel  che pur v’è di  buono nell’uomo  e nelle sue cose anche come bene in sé. Per questo il Poeta non spregia l’umano sapere, ma lo ricerca con sete insaziabile; non condanna la politica, anzi si può dire che faccia di essa, sempre più, un pensiero dominante. E così non vede soltanto in Dio il principio dell’essere, che tutto ha ordinato alla propria glorificazione; ma anche, e soprattutto, il padre  che ha continua, amorosa cura di mantenere  i frutti della Redenzione per la salvezza del genere umano : il miracoloso viaggio del vivo pei regni d’oltretromba è da Dio consentito perché si ·preparino tempi migliori. per­ché gli uomini possano ritornare sulle loro strade, strada «di mondo» e strada «di Deo» .  Non si nega che tutto debba risultare a gloria del Creatore; ma non è questo un sentimento così gelosamente esclusivo da occupare, esso solo; la mente del Poeta. Pare, anzi, quasi un  sottinteso; e ·quel che è sempre in  prima linea. in piena luce, è il sentimento della provvidenza e del­la misericordia, non disgiunta dalla giustizia divina. Iddio è, insomma, concepito e sentito da Dante soprattutto per quegli attributi che sono in più diretto rapporto con la vita e coi destini terreni e ultraterreni del genere umano. In Dante arde vivissima la carità verso i suoi simili, per i quali vuol che pre­ghino gli spiriti giusti contesti nel  luminoso  segno dell’aquila. Il pensiero del Poeta è alle creature, alla loro salvezza; e attraverso que­sta soprattutto è veduta, non  in sé e per sé contemplata , la gloria di Dio.

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