Poveri ma brutti

A detta di più di qualche amministratore della città di Potenza, nel capoluogo di regione si vive quasi, se non addirittura meglio di come si vive a Milano. Dichiarazione forse un po’ azzardata, ma sufficiente a dimostrare come la funzione talvolta limiti la lucidità. I numeri, però, danno torto agli ottimisti. Infatti come di recente ampiamente discusso, dalla Basilicata si scappa a gambe levate, appena si può.

A Potenza siamo riusciti a mettere assieme i difetti delle grandi città con quelli delle piccole, eliminando finanche quelle virtù dei centri di provincia che tanto vengono esaltati dai caratteri tranquilli di quelli che si accontentano del vivere sano e sereno.

Perché a Potenza c’è traffico, ci sono ingorghi, non è facile, oppure è costoso, parcheggiare, i servizi di trasporto pubblici sono tanto scadenti da essere evitati con cura da chiunque, l’offerta commerciale è insufficiente, i marciapiedi sono come usciti da un conflitto nucleare, non c’è lavoro, l’offerta culturale è scarsissima, le fontane non hanno l’acqua, l’aria non è più buona, la squadra di calcio latita nei bassi fondi della classifica, i fitti sono alti, Bucaletto non viene smantellata, il Ponte Musumeci scricchiola, i treni soffrono del colpo della strega e ai giovani si offre solo il sabato sera con bevuta libera (e meno male che almeno questa c’è) e le vistose luminarie natalizie, oltre alla festa del Santo Patrono che, stante la scarsità di altri eventi, è diventata la festa dell’anno.

Inoltre l’Università, oltre a non essere punto di attrazione per i giovani, ha eliminato quella fonte di affrancazione dal provincialismo che costituiva l’esser costretti a studiare fuori.

A chi si chiede perché si scappa basta rispondere: perché si vive male e perché non c’è lavoro. Una risposta che soddisfa tutte le curiosità e ogni desiderio di approfondimento.

Cosa si potrebbe fare per invertire il trend?

Si potrebbe parlare di strutture e infrastrutture e non sarebbe sbagliato, ma io dico che non ci sono stimoli. Una rassegnazione di base mista a uno sfrenato desiderio di abbandonarsi da giovani che poi diventa un orto piccolo piccolo da coltivare da grandi. Una visione della vita che si ferma a Sicignano, fatta eccezione per l’Inter e qualche altra cosuccia. Una forma mentis neanche provinciale, ché così potrebbe anche assurgere a una sua raffinatezza di specie, ma corta e propria di un vicolo cieco. Allora creare stimoli, questo potrebbe risultare vitale. Va da sé che stimolo produce stimolo, si riproducono con una facilità impressionante, quindi bisogna cospargere la nostra terra del seme dello stimolo, che è sinonimo di cultura. Da dove si comincia?

Dalla consapevolezza che non ce ne sono, stimoli, dall’abbandono delle politiche del “ma quanto siamo bravi”, dall’umiltà nel riconoscere che siamo messi davvero male.

La prova dell’assenza di stimoli sta tutta, anche, nella mancanza di qualsiasi forma di protesta civile e, dove non c’è protesta, sono scarsi anche i segni di qualsiasi vitalità.

Sembra brutto dirlo, ma, forse, e lo dico con umiltà, è così.

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Luciano Petrullo
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