Nolè e l’appalto truccato

Sembrava un giorno come un altro a Potenza, a meno di dieci giorni da Natale. La città, bagnata da pioggerelline tanto costanti quanto fastidiose, non sembrava gioiosa, come accade di solito a fine dicembre, ma piuttosto indifferente, rassegnata, problematica, insicura.

In questura il tran tran quotidiano veniva scosso, di tanto in tanto, da raffiche di retate che una Procura insolitamente vivace, riversava sui poliziotti, ai quali, però, non demandava che rivoli di indagini, invero corpose, ma evidentemente equamente distribuite fra le forze dell’ordine.

Nolè non amava stare troppo in ufficio, ma quando faceva freddo, e a Potenza ne faceva di bello tosto, godeva a rintanarsi nella sua stanza, accanto al termosifone che pompava a mille. Ecco, in una cosa il ministero era generoso, e questa era la consistenza dei serbatoi di combustibile per il riscaldamento. Per il resto mancavano carta, penne, computer, stampanti, sedie e appendipanni.

Quella mattina di un giovedì qualunque del periodo che precedeva il Natale, Nolè sfogliava un fascicolo della Procura, per il quale era stato delegato a svolgere banali interrogatori, che puntualmente non avrebbero portato a granché, su un presunto atto di corruzione di un assessore, del quale si sospettava avesse dirottato verso lo studio della moglie alcune ditte che non avevano vinto l’appalto per l’affidamento in gestione del negozio dei valori bollati presso il tribunale.

Ne era seguito un ricorso al Tar per l’illegittimo svolgimento della gara di affidamento e una corposa, anonima, denuncia in Procura.

Nolè sentiva che la preoccupazione dell’assessore di fornire tutela legale alle ditte perdenti aveva l’unico scopo di farlo apparire come totalmente estraneo alla gara. Quindi doveva essere proprio il contrario, e cioè: gara truccata in maniera vergognosa, premura dell’assessore di curare gli interessi del Comune alla legalità e delle ditte alla gara, affidamento alla moglie e…. e ricorso da far rigettare dal Tar, con conferma di tutta la gara e sigillo di legalità.

Ben congegnato.

Ma perché tanto accadesse era necessario che il ricorso venisse sbagliato, ma in maniera giuridicamente raffinata, in maniera, cioè, da non rendere palese il vizio del ricorso, ma sicuro il suo rigetto. Insomma non era roba per la moglie dell’assessore, l’avv. Bernardone, Concetta Bernardone, famosa più per le moine che riservava ai giudici che per l’effettivo spessore giuridico.

Ragion per cui il lavoro vero avrebbe dovuto svolgerlo un altro professionista, uno bravo, che avrebbe evitato solo di apporre la sua firma.

Nolè prese lo scocciofono e compose il numero di una sua amica avvocato. Dopo una decina di tuuu tuuu, Elena Salvia rispose con la solita prorompente allegria “Commissario, qual buon vento? O meglio che vuoi sapere, oggi?” “Una semplice informazione, sai se la tua collega Bernardone si appoggia a qualche avvocato bravo in diritto amministrativo?”, “come no, lo sanno tutti, bazzica il collega Santorufolo, uno brutto e storto, ma bravissimo, pare siano amanti”. Nolè chiuse lo scocciofono senza neanche ringraziare e men che meno salutare, preso ormai com’era dagli sviluppi che avrebbe preso la vicenda.

Andò in Comune, all’ufficio legale, e chiese una copia del ricorso dell’avv. Bernardone e con la copia nella tasca della giacca, come una volta si riponeva il quotidiano, corse dall’avv. Peralta, suo amico d’infanzia, uomo eclettico, colto e bravo in tutto, tranne che con le donne.

“Diego, dimmi cosa non va in questo ricorso”, “Fammi dare uno sguardo. Mumble… mumble, ecco, aspetta, sì … c’è un errore, sembra irrilevante, invece è determinante e il Presidente del Tar lo rileverà in due secondi. La notifica non ha rispettato il formato cades nella digitalizzazione della sottoscrizione, ma è in formato signed, solo un occhio attento se ne accorge e quello del Presidente lo è. Strano che Santorufolo faccia questo errore, sembra fatto apposta”. “Grazie, amico, sei il solito primo della classe, posso baciarti?”, “la prossima volta Nolè, ma con birra”, “agli ordini!”.

Nolè aveva ora il problema di collegare il tutto e trovare le prove. Non amava spiare e mettere sotto controllo i telefoni, cose che facevano impazzire quelli della Procura, quindi decise di riflettere bene prima di prendere iniziative.

Il giorno dopo, di buon’ora, Nolè andò a trovare il titolare dell’impresa che era arrivata seconda e gli chiese del perché si fosse rivolto alla moglie dell’assessore e quanto avesse pagato per conferire l’incarico.

“diecimila euro io e diecimila la terza ditta, oltre tremila per le spese vive, in cambio della certezza di vincere”, “ascolti un consiglio, vada dal suo avvocato e chieda se le formalità della notifica sono a posto”, “perché mi dice questo?” “Non vorrei avesse sorprese. Ma non poteva scegliere un altro avvocato?”, “mica sono scemo, l’assessore ha riferito alla moglie tutti i particolari per un ricorso perfetto”, “la prego faccia come le ho detto”.

Tornò in questura e si inabissò nella lettura della “rassegna dei commissari che hanno fatto la storia”, una lettura che lo immalinconiva ma che non riusciva a evitare nelle attese di un prossimo avvenimento che avrebbe risolto un’indagine.

All’ora di pranzo arrivò, trafelato, l’ing. Quarta, quello da poco lasciato, che gli disse tutto d’un fiato “Aveva ragione, un ricorso perfetto, ma per un errore della segretaria potrebbe essere dichiarato inammissibile, ma, dice, l’avvocato, che nessuno se ne accorgerà; ma lei come sapeva?”

“Semplice, la Bernardone non ha mai usato la brillantina Linetti”, disse Nolè parafrasando gli spot di carosello di una volta del commissario Rock.

 Il caso era risolto, ma sarebbe stato difficile incastrare l’assessore e la moglie se non con una confessione. Il codice di procedura escludeva che potesse prendere ulteriori iniziative investigative e quindi andò a trovare il Procuratore, gli raccontò tutto e si dichiarò disponibile a continuare secondo le indicazioni che gli sarebbero state offerte.

Il Procuratore rigirò la pratica fra le mani e disse a Nolè un laconico “Bravo, le farò sapere”.

Nolè aveva capito già. Quindi uscendo dalla stanza del Procuratore, con disinvoltura, senza voltarsi indietro disse “AH, mi saluti l’assessore”.

Il Procuratore, grande amico dell’assessore, rimase di gesso, capì che il commissario aveva capito. E capì anche che Nolè sapeva che il caso sarebbe stato insabbiato, quindi, per non, come si suol dire, sputtanarsi, disse che i telefoni dell’assessore, della moglie e della ditta appaltatrice, oltre che dell’avv. Santorufolo sarebbero stati messi sotto controllo. “Se ne occupa lei, commissario?” “No, non è roba per me, deleghi la Finanza”.

Appena fuori si ricordò dell’amica avvocato e di come era terminata la telefonata. La chiamò e le disse semplicemente “Grazie” chiudendo la comunicazione prima che l’amica gli riversasse addosso ogni tipo di improperi.

Nolè uscì fuori del tribunale e respirò a lungo “aria di neve”, si disse consolandosi e corse a riprendere la lettura della “rassegna dei commissari che hanno fatto la storia” sapendo che a lui non sarebbe toccato mai di far parte di una qualunque rassegna, ma al limite, solo dei racconti che qualcuno un giorno avrebbe potuto scrivere, semmai inventandoseli di sana pianta.

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Luciano Petrullo
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