Nolè e il pesce ramarro

Di fronte al grande specchio del lurido cesso del ristorante, sparò un rutto fragoroso. Poi, guardandosi ottusamente il volto, dopo essersi avvicinato allo specchio, piegandosi in avanti, si passò la mano più volte sulla guancia ruvida di barba. Si risistemò la camicia, e, stancamente, ritornò in sala, al tavolo dove l’aspettava Maria.
Il commissario Nolè, Gerardo Nolè, Dino per gli amici, non aveva modi eleganti, ma per ruttare preferiva stare da solo. Gran bevitore di birra, si sentiva gratificato quando riusciva ad alleggerire lo stomaco indurito dalla sua bevanda preferita; e gli piaceva godersi il momento senza spettatori, che, l’esperienza glielo aveva insegnato, avrebbero storto il muso di sicuro. Qualche volta Maria aveva assistito alle sue performance del dopo bevuta, e, seppur non protestando mai, gli aveva fatto capire che non gradiva.
“Rocco! Mi porti il conto o lo aggiungi alla mia nota?”
“Vada commissario”, gridò Rocco dalla cucina, “Mi paga la prossima volta”.
Fuori dal locale, salutò distrattamente Maria, con la testa già al lavoro, e ritornò alla centrale.
“Santarsiero, hai novità?”
“Nessuna commissario”.
Seduto alla scrivania aspettò che gli servissero il caffè che usavano fare in ufficio con la moka e cominciò a riflettere come gli riusciva solo con un buon litro di birra in corpo.
L’appalto per la ristrutturazione della scalinata, che da via Due Torri portava alla discesa di San Gerardo, gli puzzava già dal primo momento; lo scritto anonimo pervenutogli in mattinata aveva finito di convincerlo. Ventimila euro per rifare dodici scalini, dodici fottutissimi normalissimi scalini, erano una cifra iperbolica e l’impresa vincitrice della gara era in rapporti troppo stretti con l’assessore al ramo, il geom. Pace, Vito Pace, per gli amici b’tuccio. Decise che avrebbe risolto velocemente il caso. E da solo.
Accese la ventesima Muratti del giorno e uscì dalla centrale senza salutare nessuno. Parcheggiò la sua Fiat 500 Abarth Nera, 160 cavalli e turbina esplosiva, in corso Garibaldi, e si disse che qualcosa doveva pur succedere. Nella palazzina che riusciva a vedere senza alcuno sforzo dalla macchina abitava l’appaltatore, l’impresa Petrone Donato, per gli amici Tuccino. Aprì la copia del giorno prima della Nuova del Sud, per non farsi riconoscere e rimase in fiduciosa attesa.
Neanche dieci minuti dopo vide arrivare, con fare circospetto, l’assessore Pace, che portava un voluminoso pacco in mano. “Aha!”, esclamò Nolè. Si truccò velocemente, incollandosi un paio di baffi posticci e inforcando occhiali tipo alla Filini, e seguì l’Assessore. Aspettò che questi entrasse nell’abitazione dell’impresa Petrone. Fece passare qualche minuto e bussò a sua volta. Venne aprire la cameriera rumena.
“Sono il tecnico della Telecom, devo fare un controllo all’apparecchio telefonico”, disse asciuttamente.
“Prego, si accomoda”, disse la cameriera.
Dall’angolo del telefono, poteva sentire cosa si dicevano Petrone e Pace nello studio del primo.
“Ti ho portato il pesce ramarro. Una rarità. Starà benissimo nel tuo acquario.”
“Assessore, non dovevi proprio”.
“È per ricambiare la cortesia. Te lo dovevo.”
“Ma scherzi. E’ stato un vero piacere. Rimettere in sesto quella scalinata, dove ci ho giocato da bambino, mi ha fatto piacere”.
“ No devo davvero ringraziarti. Sai, nessuno voleva prenderlo quell’appalto. Di questi tempi hanno tutti paura, e dobbiamo alzare gli importi. Grazie. “
“Grazie a te. A me le procure non fanno paura.”
“Signori, ho sentito tutto. Siete in arresto.”, esclamò Nolè irrompendo nella stanza,
“Corruzione di libera impresa. Un pesce rarissimo per accettare un lavoro pubblico”.
Chiamò la centrale; poi chiamò la Procura. Mentre portavano via i delinquenti in manette, accese l’ennesima Muratti, e si disse: “qua ci vuole una birra. Lavorare mi mette sete”.

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Luciano Petrullo
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