Napoli e la “napoletanità”

Napoli, è una città unica nel suo genere che, con i suoi pregi e difetti, il mondo ci invidia. Possiede un enorme patrimonio di monumenti e raccolte d’arte, frutto di secoli di storia iniziata con i Greci di Cuma che nel VII secolo a.C. la fondarono sul monte Echia col nome di Parthenope. La città si affaccia sull’incantevole omonimo golfo ed affascina i visitatori non solo per le testimonianze artistiche ma anche e soprattutto per il “calore”, l’ospitalità e l’atmosfera che il popolo napoletano riesce a trasmettere. Passeggiando in lungo e in largo la città passando per via Toledo, i Quartieri Spagnoli, il Vomero, Posillipo, Piazza del Plebiscito, il Duomo, Corso Umberto, Porta Nolana, Spaccanapoli, Via Dei Tribunali, San Gregorio Armeno si “respira” l’essenza di Napoli.

Nessun’altra città italiana, nemmeno Roma capitale, offre un ambito culturalmente autonomo come Napoli, tanto che si deve ammettere l’esistenza di una civiltà napoletana a sé rispetto alla storia materiale del resto d’Italia. Nel corso dei secoli, malgrado gli ostacoli che la quotidianità ha sempre posto alla popolazione, o forse proprio a causa di essi e degli stimoli che ne derivano, la “napoletanità” si è manifestata in forme che si sono spesso trasformate in archetipi internazionali. Analizzandone qualcuno non può certo bastare a comprendere il fenomeno, ma serve almeno a farne intuire l’importanza:

  • gli spaghetti. L’invenzione degli spaghetti è rivendicata anche dai cinesi. In mancanza di fonti certe, si deve riconoscere almeno che fu a Napoli, alla corte di Ferdinando II, che Gennaro Spadacini inventò appositamente per gli spaghetti la forchetta a quattro punte;
  • la pizza. L’idea di stendere la pasta, di mettervi sopra pomodoro e sale, di aggiungervi dell’olio e di porre tutto in forno potrà non sembrare geniale, ma di fatto ha conquistato il mondo.
  • il teatro. Secondo Benedetto Croce la maschera di Pulcinella nacque nella Napoli del Seicento da un certo Puccio d’Aniello. Nel Novecento, sono state la diffusa espressività e la vivacità dell’ambiente a dar vita alle commedie di Edoardo Scarpetta e di Raffaele Viviani, alla comicità popolana di Totò (Antonio De Curtis) ed all’ironica umanità di Edoardo De Filippo;
  • la musica. La tarantella napoletana, talenti operistici come quello di Enrico Caruso, il successo sempreverde di grandi classici come “Te voglio bene assaje”, “’O sole mio” o “Torna a Surriento” sono risultati di una rilevante tradizione musicale. La napoletanità ha creato anche strumenti, specialmente a percussione come il putipù, lo scetavaiasse e il triccheballacche;
  • la religiosità. Elementi antichissimi, forse quanto le superstizioni che stanno alla base della cabala napoletana, legata ai sogni ed ai numeri del lotto, entrano nel sentimento popolare della città. Il fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro, che avviene due volte l’anno (se non si verifica, è segno di malasorte) nel Duomo, potrebbe essere un caso straordinario di miracolo ricorrente (e certamente suscita grande seguito).

E voi vi siete fatti mai incantare dalla storia, dall’arte e dalle tradizioni di Napoli?

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Nicola Cirigliano
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