Muri ai confini e fine della privacy: la regressione felice

Il crollo verticale di attività del parlamento è il primo, vero, attentato alla democrazia. Il dibattito e le decisioni che ivi si dovrebbero prendere, infatti, costituiscono la barriera contro la discrezionalità dei governi e la loro invasività nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini. Un parlamento prono alle decisioni di un uomo, e di chi gli sta inevitabilmente dietro, devia dai suoi doveri e abdica ai suoi doveri delegandoli, contro ogni regola costituzionale, verso un organo dello Stato deputato solo ad eseguirne gli indirizzi.

Quindi, se una legge delega se la confeziona il governo, vorrei capire cosa cavolo gli ha delegato il Parlamento.

Che sia in atto una deviazione dai principi democratici costituzionali è rinvenibile anche nell’ultimo decreto capienze in base al quale per la pubblica amministrazione non varrà più ogni forma di tutela della privacy. Passo grave e importante perché ogni cittadino subisca il grande fratello di stato. Secoli per la costruzione di un principio, altrettanti per la ideazione della sua difesa e un decreto di Draghi per mandare tutto in fumo.

La notizia non è stata diffusa come meriterebbe e non escludo che la maggior parte dei parlamentari non la conosca neppure, il che acuisce i sospetti di una rivoluzione dei principi democratici dalla portata epocale.

Ma a contribuire a questa decisa forma di regressione ci si sono messi anche 12 paesi dell’Unione Europea che hanno chiesto alla grande madre Europa di finanziare la realizzazione di muri sui confini per evitare la migrazione clandestina. Questa è un fenomeno da monitorare e portare a regime, ma ci sono già le leggi e basterebbe saperle applicare con un minimo di severità, accompagnata da un altrettanto minimo di capacità di porla in esecuzione. La cosa agghiacciante è costituita proprio dall’idea dei muri a tutela dei confini che contrasta con decenni di politiche di integrazione reciproca e di libertà di movimento sulla faccia della terra. L’idea, malsana, di dover erigere una muraglia a difesa di casa mia per paura dei ladri, per esempio, è l’esatto contrario di una socialità normale e matura. Figuriamoci se a murarsi debba essere un intero stato. L’idea di una chiusura è propria di politiche dei secoli scorsi, è l’opposto dell’idea di una Europa unita, significa dividere i popoli ed evitare che semplicemente si incontrino. Lo scambio fra i popoli, culturale, economico, sociale, è alla base di un mondo che si immagina migliore, il contrario è l’esaltazione del peggiore provincialismo.

Muri ai confini sono parenti stretti di carceri immense dove rinchiudere chiunque, quasi che la vita, come nei tempi più bui della storia, sia una forma di sopraffazione di qualcuno su un altro, per un motivo qualsiasi. E a rischiare la galera sono sempre e soltanto i più deboli, quelli per i quali, invece, ci si dovrebbe fare in quattro perché la loro dignità rimanga integra.

Invece corriamo verso forme di distruzione di ogni conquista democratica. Ho fatto solo due esempi, ma ne poteri fare cento.

La presunta tutela di un interesse pubblico (come nel caso della violazione totale della privacy), o la presunta difesa di un territorio (come nel caso dei muri) sono manifestazioni di una barbarie di ritorno, mascherata addirittura da conquista di civiltà. La grande truffa del secolo, il contrario di ogni principio seriamente liberale, moderno e di tolleranza, a favore dei più brutali egoismi, personali, di categoria e nazionali.

L’impennata di questa tendenza, seppur proveniente da diverse e apparenti contrastanti fonti, è invece il frutto di un mondiale accentramento della ricchezza sempre in meno mani, che riesce a operare a diversi livelli e sfruttando diverse appartenenze: quella finanziaria e quella populiste, ancora una volta agenti con una comune finalità.

Insomma abbiamo imboccato la strada del suicidio collettivo e l’occasione è stata la pandemia. Alla fine ci sarà chi erigerà una statua di riconoscenza alla pandemia, sempre ammesso che sia stato un dono divino.

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