Lingua italiana: utilizzo dello “schwa” tra polemiche e consensi

Nelle ultime settimane sono nate delle piccole o grandi, dipende dai punti di vista, polemiche sull’utilizzo dello “schwa”: si scrive “ə”, cioè una piccola “e” rovesciata e il suono è uguale all’inglese “a” di “about” che non è, almeno per noi italiani, una semplice “a”; infatti per pronunciarla si deve aprire leggermente la bocca, abbassare la lingua e fare uscire la vocale non aspirandola, ma partendo dalla gola. Il risultato è, o dovrebbe essere, un suono secco di “a” che si avvicina alla “e”.  

Lo scopo dello “schwa” è rendere la lingua più inclusiva perché noi utilizziamo da secoli il maschile per indicare un gruppo generico di persone. Faccio un esempio: il termine studenti, quando indica ragazzi e ragazze, diventa studentə, di conseguenza signori e giovani si trasformano in signorə e giovanə per entrambi i sessi, e così via.

Oltre a una certa difficoltà nel pronunciare lo schwa si aggiunge anche quella della scrittura. Sul telefonino la lettera “ə” è disponibile con l’aggiornamento dell’ultima versione di Android e per IPhone con il recente iOS 15. Per il computer con Windows occorre scaricare l’applicazione AutoHotkey, (impostazioni Unicode), con Mac si può utilizzare il simbolo matematico “∂”. Resta il fatto che in entrambi i sistemi operativi bisogna cliccare più tasti in sequenza, insomma scrivere “ə” non è molto veloce e user friendly.

Allora come superare questa difficoltà? La risposta è semplice: utilizzare l’asterisco al posto di “ə”, quindi scrivere student*, alliev*, ragazz* etc. Questa soluzione è stata adottata di recente dal Liceo Cavour di Torino ed ha suscitato varie reazioni, ovvero una serie di approvazioni e dissensi.

A proposito di polemiche la posizione dell’Accademia della Crusca è netta: “Lo schwa è inaccettabile, rende impossibile o confusionaria la comunicazione”.

Chiare le parole di Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e da anni collaboratrice dell’Accademia della Crusca, (intervista all’agenzia Dire): “L’italiano si può rendere più inclusivo, ma le proposte per farlo devono rispettare le regole del sistema lingua, altrimenti la comunicazione non si realizza, e la lingua non funziona… Se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione… È fondamentale nella lingua italiana nominare donne e uomini con termini maschili e femminili e usare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali e professionali di genere femminile se sono riferiti a donne. Questa non è soltanto una posizione femminista: è una posizione da linguista perché se non si attribuisce alle donne il titolo femminile si trasgredisce ai principi di accordo e assegnazione di genere che invece permettono di riconoscere, disambiguare e anche valorizzare le donne…”, e del liceo Cavour di Torino aggiunge: “Il linguaggio istituzionale ha come caratteristica precisa la chiarezza e la trasparenza, deve essere capito da tutte le persone che parlano una determinata lingua, che ne condividono il ‘codice’. Anche per questo esistono le lingue nazionali, e si spiega il perché le comunicazioni istituzionali non si scrivono in dialetto”

A questo punto esprimo la mia timida opinione: quando vado all’estero sento spesso gli stranieri, ops, gli stranierə ribadire che la lingua italiana è caratterizzata da una musicalità che la rende molto piacevole da ascoltare perché le vocali terminano la quasi totalità delle parole, si utilizzano di frequente le doppie consonanti e l’elisione, ovvero l’eliminazione di una lettera da una parola, etc. Un chiaro esempio è la musica lirica quale felice connubio tra la nostra lingua e il suono dell’orchestra.

Non mi sento né omofobo, né transfobico, né maschilista; evito apposta di dire “non sono …” in quanto suona presuntuoso ed è difficile giudicare sé stessi, però mi chiedo: “Nella nostra bella lingua perché utilizzare una vocale difficilmente pronunciabile con la motivazione di un’inclusività che mi sembra più una forzatura che una libertà di espressione?” e mi pongo una domanda più leggera: “Perché lo schwa è maschile?”. 

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Enrico Casartelli
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