L’inflazione: cos’è?

Negli ultimi mesi, con la fine dei lockdown, con le campagne di vaccinazione e le graduali riaperture, l’economia è ripartita. Per fortuna, verrebbe da dire, sicuramente questa è una buona notizia. Per l’economia italiana, dopo un crollo del PIL nel 2020 del -8,9%, le previsioni per il 2021 sono di una crescita quasi del 6%. Cifre analoghe si riscontrano per la maggior parte dei paesi sviluppati, Stati Uniti in testa. Ma anche i Paesi asiatici, quelli latinoamericani e persino l’Africa hanno ripreso a crescere dopo la fase più drammatica della pandemia. È un meccanismo collaudato dopo una guerra, un cataclisma naturale, una crisi economica o, come in questo caso, una grande crisi sanitaria: l’economia riparte, gli esseri umani hanno voglia di rifarsi, di recuperare quel che hanno perso in termini economici durante la crisi. I governi − questa volta tutti, compresi quelli europei − stanno spingendo verso la ripresa immettendo nel sistema economico liquidità, investimenti e sussidi a sostegno delle imprese e delle famiglie.

Non era andata così dopo la crisi finanziaria del 2008 quando, come sappiamo, la risposta dell’Unione Europea non fu l’avvio di politiche anticicliche ma l’esatto contrario. Di fronte a una crisi devastante si decise − decisione motivata da ragioni politiche, non economiche − di ricorrere alle famigerate politiche di austerità. Il resto del pianeta faceva invece l’esatto contrario, varando piani massicci di stimolo dell’economia. Come è andata a finire lo sappiamo, basta guardare i dati: il resto del mondo in pochi anni si è ripreso dalla crisi mentre l’Unione Europea ha continuato a rantolare con tassi di crescita risibili per quasi dieci anni; con l’unica eccezione della Germania che, invece, ne ha tratto enormi vantaggi innanzitutto economici − ma anche politici, vista la longevità della signora Merkel − a scapito degli altri partner europei più deboli, come la Grecia, o più fessi come l’Italia.

Nel 2020 le cose sono andate diversamente. Dopo una fase iniziale di confusione e incertezza, dopo le solite beghe tra i cosiddetti “frugali” e gli scialacquatori, che poi saremmo noi italiani, si è trovato un compromesso politico sul cosiddetto Recovery Plan con un piano di investimenti di circa 700 miliardi di euro. Spicciolaglia, verrebbe da dire pensando a quello che hanno introdotto le amministrazioni statunitensi − diverse migliaia di miliardi di dollari − ma sicuramente è stata una scelta di rottura con le demenziali politiche economiche basate sull’austerità.

La crescita rapida, in pochi mesi, della produzione industriale e dei consumi ha comportato però anche delle complicazioni. I prezzi delle materie prime sono schizzati alle stelle, non parliamo poi degli idrocarburi e di tutto quel che ne consegue: benzina, gas, energia. Ma la crescita improvvisa e rapida della domanda ha generato un fenomeno economico del quale ci eravamo dimenticati perché da molti anni, almeno nell’Unione Europea, non si vedeva più: il fenomeno dell’inflazione.

Spieghiamo sinteticamente il significato di tre termini economici che sentiamo spesso: inflazione, deflazione e stagflazione. Con il termine inflazione si intende un aumento del livello generale dei prezzi, la deflazione è invece l’esatto contrario, cioè una riduzione del livello generale dei prezzi, mentre con il termine stagflazione intendiamo una condizione molto particolare e di difficile soluzione nella quale c’è elevata inflazione e stagnazione economica, quindi anche tassi di disoccupazione elevati. La deflazione si verifica durante i periodi di crisi economica, per dirla in termini un po’ grossolani quando non girano i soldi: i consumatori non comprano perché magari hanno perso il lavoro e le merci restano invendute con conseguente abbassamento dei prezzi. La stagflazione è una condizione più rara, che si verificò, per esempio, negli Stati Uniti degli anni Settanta.

Per quel che riguarda l’inflazione si parla di “inflazione galoppante” quando il tasso di inflazione è a due cifre, quindi al di sopra del 10% annuo. Caso tipico l’Italia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Si parla invece di “iperinflazione” quando il tasso di inflazione supera il 50% annuo. Casi del genere si verificarono, per esempio, nella Russia di Eltsin negli anni Novanta a seguito delle difficoltà nel passaggio da un’economia pianificata di epoca sovietica a un’economia di mercato. Ma altri casi si sono avuti, in anni abbastanza recenti, in alcuni paesi latinoamericani come l’Ecuador o l’Argentina, o in paesi africani come lo Zambia.

Il caso più eclatante, e forse più conosciuto, di iperinflazione fu quello che caratterizzò all’inizio degli anni Venti del Novecento la Germania. La Repubblica di Weimar, nata sulle ceneri dell’Impero guglielmino dopo la sconfitta tedesca nella Prima Guerra Mondiale, si ritrovò a seguito degli accordi tra le potenze vincitrici a dover pagare enormi riparazioni di guerra. Il paese era già spossato dal conflitto e dal cambio di regime politico, poi dalle turbolenze di piazza con un tentativo, nel 1919, di una rivoluzione comunista repressa nel sangue che si concluse con l’assassinio dei due leader del Partito comunista tedesco: Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Per far fronte agli impegni finanziari il Governo pensò di stampare moneta innescando una spirale inflazionistica spaventosa.

Le monete non si coniavano più ma decine di tipografie erano impegnate a stampare quantità crescenti di banconote con valori facciali che ogni giorno cambiavano e diventavano più alti. Gli stipendi venivano pagati quotidianamente perché il giorno dopo le banconote avevano già perso valore. L’iperinflazione distrusse i risparmi e generò un’incertezza che ebbe effetti devastanti sull’intero sistema economico. Per dare una dimensione del problema basti pensare che nell’ottobre del 1921 il cambio tra il marco tedesco e il dollaro statunitense era di 180 a 1, cioè occorrevano 180 marchi per ottenere in cambio un dollaro. Due anni dopo, nel novembre del 1923, ci volevano 4.200 miliardi di marchi per avere un dollaro! La situazione fu risolta nel gennaio del 1924 con una drastica riforma monetaria.

Negli scorsi anni abbiamo sentito spesso citare quell’evento storico, certamente drammatico per i tedeschi, come causa dell’avvento al potere del partito nazista e come giustificazione dell’avversione dei tedeschi per politiche di espansione fiscale e monetaria, in quanto memori ancora del trauma dell’iperinflazione di un secolo fa.

Queste argomentazioni possono essere archiviate, senza tanti complimenti, nel cassetto delle bufale, delle fake news, delle panzane − chiamatele come vi pare − anche se nel corso degli anni sono state sostenute con una convinzione degna di miglior causa da fior fiore di politici, economisti, giornalisti e commentatori vari.

Come si genera l’inflazione, quali sono le ragioni che determinano un aumento generalizzato dei prezzi? Le cause possono essere differenti. Innanzitutto ci può essere un’inflazione da costi, come l’aumento dei prezzi di alcune materie prime o quello dei combustibili fossili. Per esempio, all’inizio degli anni Settanta ci furono i cosiddetti shock petroliferi. I paesi produttori di petrolio riuniti in un cartello che si chiamava Opec aumentarono i prezzi di gas e petrolio, e quella decisione causò l’innesco nei paesi occidentali di una spirale inflazionistica. Petrolio e gas sono fondamentali e lo erano ancor più in quegli anni, quando non esistevano ancora le energie alternative per la produzione di energia elettrica, per il riscaldamento, per i trasporti.

Una seconda causa dell’inflazione può essere un eccesso di domanda che non trova adeguata offerta. Chiariamo bene anche per chi non ha dimestichezza con la terminologia economica. L’offerta è in sintesi la quantità di beni e servizi che le aziende produttrici riversano sul mercato, la domanda è la quantità di beni e servizi che i consumatori richiedono e intendono acquistare. Se la domanda supera l’offerta tipicamente i prezzi aumentano e viceversa. Se l’offerta supera la domanda i prezzi diminuiscono. Questa è un po’ una sorta di formula magica, un meccanismo automatico di regolazione, con cui funzionano tutti i mercati. I prezzi, quindi, sono determinati dall’interazione tra domanda e offerta. Facciamo un esempio applicato alla situazione attuale, perché l’inflazione che subiamo oggi è causata anche da un eccesso di domanda rispetto all’offerta. Come sappiamo da febbraio 2020 sino alla primavera del 2021, a causa della pandemia, un po’ tutte le economie del pianeta hanno subito cali o addirittura fermi di produzione, interi settori sono rimasti fermi per mesi a causa dei lockdown. Quella situazione ha causato una riduzione della produzione di beni e servizi un po’ dappertutto. Dalla primavera scorsa quando i piani di vaccinazione hanno cominciato a far vedere i loro effetti facendo regredire i contagi e i decessi, la produzione si è lentamente ripresa, i lockdown e le altre misure restrittive sono state progressivamente ridotte o eliminate e i consumatori che per un anno e mezzo non erano potuti andare al ristorante, non erano potuti andare in vacanza, non avevano comprato l’automobile nuova, il soggiorno nuovo e via di seguito, improvvisamente hanno ripreso a consumare, spendere, voler andare al ristorante, in vacanza, e questo aumento rapido e improvviso, nel giro di pochissimi mesi, della domanda ha trovato impreparate le imprese che non riescono a star dietro a queste richieste. Quindi, se la domanda supera l’offerta i prezzi aumentano e si genera inflazione. La ripresa economica che sta avvenendo contemporaneamente in tutti i paesi del mondo sta generando strozzature nell’offerta, anche perché va tenuto presente che un anno e mezzo di crisi nerissima ha causato anche il fallimento di diverse aziende di produzione, come anche di aziende nel settore dei trasporti e della logistica.

La terza ragione per cui si può generare inflazione è un eccesso di disponibilità monetaria in un sistema economico. La spieghiamo in maniera semplice e un po’ grossolana, anche se la questione dal punto di vista sia concettuale che tecnico è molto più complicata. Quando in un sistema economico si stampa troppa moneta il rischio è che quell’eccesso di moneta porti a una crescita generalizzata dei prezzi, e quindi a inflazione. Noi siamo in un periodo nel quale le banche centrali per anni hanno fatto politiche monetarie espansive per superare la crisi del 2008 e negli ultimi due anni sono tornate a stampare moneta per far fronte alla pandemia.

Debito, PIL e inflazione: gli economisti attualmente sono divisi sull’interpretazione da dare a queste nuove fiammate inflazionistiche cui stiamo assistendo in questi mesi. C’è chi sostiene che si tratti di un problema transitorio: appena le strozzature dal lato dell’offerta si saranno risolte torneremo a una situazione di prezzi normali. C’è chi invece vede dei rischi a più lungo termine, anche perché un certo livello di inflazione fa comodo a tutti i governi, che in questo periodo hanno affrontato la crisi pandemica aumentando le spese e quindi l’indebitamento. Il debito pubblico è cresciuto non soltanto per l’Italia ma anche per la virtuosa Germania. I governi possono, nel lungo periodo, ridurre il rapporto tra debito e PIL grazie a un mix di crescita economica e inflazione. In alternativa dovrebbero aumentare le tasse. Come facilmente comprensibile, aumentare le tasse è molto pericoloso dal punto di vista politico, si perdono consensi elettorali, e quindi è più probabile che propendano per una soluzione che miri a far crescere il PIL e nello stesso tempo accettino un certo tasso di inflazione che riduce il valore reale del debito.

L’inflazione genera altri effetti a cominciare da quelli sulla distribuzione dei redditi. Come sappiamo i lavoratori dipendenti e i pensionati non possono modificare i loro salari e le loro pensioni. Se aumenta l’inflazione e salari e pensioni restano ferme, quelle categorie perderanno potere d’acquisto: è come se i salari e le pensioni venissero diminuite. I lavoratori autonomi, invece, che stabiliscono i prezzi dei loro prodotti e dei loro servizi, possono affrontare meglio l’inflazione aumentando i prezzi. L’inflazione svolge pertanto anche una funzione che solitamente viene svolta dalla politica economica, cioè la redistribuzione del reddito a vantaggio di alcune categorie e a svantaggio di altre. Ma questo problema non è soltanto una questione economica, diventa anche una delicata questione politica.

Certamente i governi possono intervenire per raffreddare l’inflazione sostanzialmente in due modi. Il primo è quello di frenare la ripresa nel caso di inflazione da eccesso di domanda, per esempio aumentando le tasse oppure, nel caso di eccesso di liquidità, aumentando i tassi d’interesse e riducendo la quantità di moneta in circolazione. Queste misure però impattano negativamente sulla crescita economica.

I governi possono pure intervenire, nel caso di inflazione da costi, come ha fatto ultimamente il governo Draghi. Per ridurre gli aumenti abnormi del prezzo dei prodotti energetici, sono stati ridotti nelle bollette i cosiddetti “oneri di sistema”, accollando così allo Stato una parte degli effetti dell’inflazione. L’inflazione è un fenomeno molto complesso e delicato allo stesso tempo, che va monitorato e tenuto sotto controllo perché potrebbe mettere in moto meccanismi distorsivi pericolosi e difficili da risolvere. Torneremo a parlarne prossimamente.

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