“Let Afghanistan Live – Lasciamo vivere l’Afghanistan”

Al Teatro “Francesco Stabile” di Potenza, si è tenuta una conferenza dal titolo: “Let Afghanistan Live – Lasciamo vivere l’Afghanistan”, organizzato dal CTA (Centro Turistico Acli) di Potenza, dalle ACLI, dall’UNICEF e dal Comune di Potenza. Perché affrontare questo tema? Sono solo di tre mesi fa le strazianti immagini viste dal mondo intero in tv, in cui migliaia di afgani provavano a scappare dai talebani all’aeroporto di Kabul. Madri che affidavano i propri figli attraverso il filo spinato ai militari statunitensi pronti a lasciare il Paese, con la speranza di garantire loro un futuro migliore; afgani disperati che si sono aggrappati ai carrelli degli aerei militari per poi precipitare nel vuoto. Immagini forti, dal grande carico emotivo per tutti, ma l’indignazione non basta. Per questo motivo, le ACLI e l’UNICEF, hanno deciso di dover parlare dell’Afghanistan in maniera più razionale e non con l’emotività del momento. Così è nata l’idea di dare vita a questa iniziativa di riflessione su ciò che storicamente accade in Afghanistan. L’evento è stato coordinato, nella splendida cornice dello “Stabile” di Potenza, da Filippo Pugliese, Presidente del CTA di Basilicata. La serata si è aperta con la performance “Upsidedown” a cura del Centro Danza “Loncar” di Potenza. Coinvolgente la coreografia che ha esaltato la libertà dell’espressione corporea esistente in tutte le culture ma, negata in Afghanistan. La danza è l’arte dell’intrattenimento, dell’incontro, del divertimento.

Sono intervenuti in rappresentanza delle istituzioni: il Presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi; il Presidente Provinciale delle ACLI, Emanuele Abruzzese; la Presidentessa Regionale UNICEF Basilicata, Angela Granata; in luogo del nuovo Prefetto di Potenza S.E. Dottor. Michele Campanaro, è intervenuta il Vicario del Prefetto di Potenza, Coordinatore della Prefettura, la Dottoressa Ester Fedullo; in rappresentanza del Questore di Potenza, Dottor Antonio Pietro Romeo, è intervenuto il Dirigente della DIGOS, il Vice Questore Dottor. Lorenzo Guarnaccia; il Colonnello Sabato D’Amico per l’Arma dei Carabinieri e la Dottoressa Vittoria Rotunno, Assessore all’Infanzia ed alle Pari opportunità del Comune di Potenza.

Presenti sul palco dello “Stabile” per portare la loro esperienza diretta: Andrea Iacomini, portavoce UNICEF-Italia, inviato a Kabul; Ilario Piagnerelli, della redazione esteri di Rai News 24, inviato Rai in Afghanistan e Chiara Volpato, Responsabile Nazionale Coordinamento Donne delle ACLI. Se questa iniziativa è stata possibile, lo si deve alla pronta risposta della Volpato, di Iacomini e di Piagnarelli, vogliosi di far conoscere l’Afghanistan e le sue criticità per smuovere le coscienze dei cittadini italiani. Anche alcuni studenti del Liceo Scientifico “Pier Paolo Pasolini” di Potenza hanno dibattuto con gli ospiti presenti. La serata si è conclusa con l’esibizione dei “Tamburi dei Briganti” dell’Associazione “Insieme” di Potenza.

Perché: “Let Afghanistan Live”?
Per rispondere a tale domanda bisogna essere consapevoli che quando si parla di Afghanistan non si deve pensare solo ai talebani ed al loro violento e becero oscurantismo, ma vuol dire soprattutto imparare a conoscere un Paese di 38 milioni di abitanti. Un intero popolo che ha le radici, l’identità, la cultura, le tradizioni e, che ci piacciano o no, anche i codici morali e l’organizzazione sociale basata principalmente in tribù e clan familiari. L’Afghanistan è un emirato islamico con un ordinamento ed una statualità; la sua Costituzione venne approvata nel 2003 a Bonn, in Germania, dopo l’ingresso nel Paese degli eserciti delle potenze occidentali. Tale carta costituzionale è stata adottata dai talebani; carta che promuove i fondamentali principii di civiltà, senza dimenticare che in essa si pongono purtroppo anche dei limiti ai diritti che vanno visti, come dicono i talebani: “nel rispetto dei precetti della sacra religione dell’Islam”. Costituzione che  autorizza nel diritto di famiglia l’applicazione di norme tradizionali esistenti in tutto il mondo islamico, per esempio: la potestà sui minori affidata solo agli uomini; le  donne hanno doveri di obbedienza, anche sessuale, nei confronti del  marito; le bambine dopo i 12 anni d’età non possono più andare a scuola; il taglio delle mani per i ladri; la fustigazione e la lapidazione.
Che a noi piaccia o no questa è la carta costituzionale con la quale bisognerà fare i conti. Vuol dire anche parlare di un Paese che nella sua storia, a causa della sua posizione geografica strategica, vera “Terra di Mezzo” tra l’Europa e l’Asia, ha subito numerose invasioni, dominazioni e colonialismo, a partire da Alessandro Magno, da Gengis Kan, dai persiani, dai cinesi, dagli inglesi, dai sovietici, fino agli americani.
Dobbiamo parlare di un Paese che ha la sua organizzazione sociale in una pluralità di gruppi etnici e un fortissimo legame con la tribù e il clan familiare che sono poi i veri ambiti sociali entro i quali l’afgano nasce, cresce, vive e si sviluppa. Analizzando alcuni dati del Paese emerge che: su 38 milioni di abitanti, 14 milioni sono donne ed il 78% della popolazione vive in aree rurali. Tra il

60 % e l’80 % delle donne è costretta a sposarsi senza conoscere il marito. L’analfabetismo femminile nel 2020 è oscillato tra l’84% e l’87%. Le precarie condizioni di vita delle donne, comportano un tasso di suicidi femminili altissimo (95%).
Si è evidenziato come l’errore più grande fatto nei ventitré anni di occupazione occidentale sia stato la convinzione di poter fare dell’Afghanistan uno stato moderno, simile alle democrazie occidentali, però avviandolo verso un presidenzialismo esasperato e corrotto, dimenticando che i fondamenti della democrazia che si voleva esportare, principii di eguaglianza, di libertà di espressione e di laicità dello Stato, sono incompatibili con la cultura giuridica e politica afgana.
Forse l’Afghanistan non può essere diverso da quello che è; forse non vuole essere diverso da quello che è. Allora, “Let Afghanistan Live”, lasciamo vivere l’Afghanistan secondo le sue tradizioni e la sua cultura.
Occorre andare oltre la brutalità e l’oscurantismo violento dei talebani, senza dimenticare però che con essi è stato concluso dagli Usa un trattato che li ha portati al Governo del Paese, cancellando così i “tentativi di democrazia” che erano stati fatti nei ventitré anni di occupazione.
Occorrerà tempo perché nasca e si alimenti una cultura dei diritti e l’Occidente non può voltarsi dall’altra parte lasciando indietro una popolazione che chiede aiuto nella costruzione  del suo futuro attraverso quei semi di libertà portati, ieri come oggi, dalle organizzazioni umanitarie: “Let Afghanistan Live”.

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