L’acquario regionale

Il Consiglio regionale di Basilicata meriterebbe maggior attenzione da critici teatrali e amanti della letteratura. Si presenta come un acquario, cioè un mondo a parte, autonomo e soprattutto indifferente a quello che succede fuori. A parte il governatore che, al contrario, sembra più interessato a quello che accade fuori che al suo interno. Infatti, ed è un’eccezione, capita di vederlo talvolta, ma non è un residente dell’acquario, al più un gradito ospite o un padrone di casa che ha affidato tutto ad altri, quasi disinteressandosene, con fare signorilmente distratto. Gli altri no. Vivono, vegetano, si nutrono all’interno dell’acquario. Il mondo, per loro, si ferma alle mura di vetro, oltre c’è il vuoto, l’insignificante.

Dico un mondo a parte non a caso. Infatti c’è un divario fra loro e la terra di Basilicata che neanche fra l’Europa e le Americhe.

Sembra che giochino continuamente. Giochi anche violenti, a parole; queste, talvolta, nell’enfasi della situazione, tracimano l’urbano, si colorano, escono dai dizionari. Ma sono giochi, perché alla fine, i consiglieri, mangiano tutti allo stesso desco.

Nel Consiglio regionale vale la regola della maggioranza, ma le decisioni non possono essere prese da un numero troppo esiguo di consiglieri. Talché, i burloni, spesso, giocano a frega-compagno: se, cioè, per prendere una decisione bastasse la presenza di quelli che l’hanno maturata insieme, ecco che qualcuno, per celia, non può esserci altra plausibile motivazione, se ne va a giocare alla play-station o a guardare l’ultimo episodio della serie Locke & Key, facendo saltare la decisione. La burla arriva fino al punto che anche se in commissione tutti, e dico tutti, erano d’accordo per prendere una decisione, che loro chiamano pomposamente Legge, alla fine qualcuno va via. L’effetto, però, è degno di interesse, perché a quel punto cominciano ad azzuffarsi, a minacciare un ricorso ai genitori, senza evitare il fatidico “chi sono io e chi sei tu”. Quindi la difficile costruzione di una legge crolla di fronte alla burla finale.

Ora ci sarebbe da intendere sull’importanza di una legge. Se per legge si intende una regolamentazione di una frazione della vita regionale al fine ultimo di soddisfare un interesse pubblico, si potrebbe pensare che ogni forma di scherzo finale sarebbe di cattivo gusto. Ma in effetti così non è. Perché nell’acquario per legge si intende una prova di forza di tizio e caio contro sempronio e Giovanni, per dire, indi, deridere un tentativo di prova di forza, rientra nel gioco magnificamente. Intendiamoci: nell’acquario non esistono interessi pubblici, questi vengono tirati in ballo come regole del gioco, un po’ come nel Monopoli dove circolano denari contanti, che però non sono veri soldi siccome gli interessi pubblici, nell’acquario, lo sono solo per gioco. Allora ci sta tutto. Ed ecco che la parte teatrale della vita consiliare sale alla ribalta.

Come in una commedia, il racconto è opera letteraria, di fantasia, di rappresentazione di un mondo reale studiato e declamato in forma caricaturale. I consiglieri sono attori e l’acquario è un teatro.

L’unica differenza è che se lo spettacolo non è gradito, non si possono gettare sul palcoscenico pomodori marci e frutta andata a male, come nel cabaret di una volta, no, perché l’acquario è isolato, blindato, chiuso. Puoi vedere, ascoltare, ma non intervenire. Un mondo che vive a un livello diverso da quello della gente normale. Quindi godiamoci lo spettacolo, tanto è pure gratis, cioè, compreso nel salato biglietto di cittadinanza e, se un giorno votassero una legge, preoccupiamoci, vuol dire che non giocano più e hanno dismesso i panni degli attori. Meno male, però, che c’è la Corte Costituzionale che, quando provano davvero a pubblicare una legge, dice loro che è meglio tornare a giocare.

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Luciano Petrullo
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