La storia insegna: malattie infettive, pandemie e resistenza agli antibiotici

Vittorio Sironi, docente di Storia della Medicina, parla del passato che può aiutare a fronteggiare le emergenze contemporanee come la resistenza agli antibiotici e la pandemia di Sars-CoV-2.

«La premessa, ovvia ma non affatto scontata, visto gli errori spesso reiterati nel tempo, è che la storia insegna sempre, sia essa storia della medicina o storia della scienza» spiega Vittorio A. Sironi, neurochirurgo, antropologo e professore di Storia della medicina e della Sanità e Antropologia medica presso l’Università di Milano Bicocca. «Pensiamo, ad esempio, al concetto di quarantena risalente alla decisione dei veneziani di isolare le navi e le loro ciurme prima di permettere lo sbarco sulla terraferma, onde evitare il dilagare dalla peste trecentesca. Uno strumento antico e utilissimo per far fronte anche ai contagi da Covid-19. Sempre, in relazione alle epidemie, la “Spagnola” di un secolo fa ci ha insegnato l’utilizzo delle mascherine che costituiscono uno strumento fondamentale, come emerso anche da un recente studio pubblicato sul British Journal of Medicine (protezione oltre il 53% del rischio di contagio), insieme al distanziamento, all’igienizzazione delle mani, ai vaccini e agli altri farmaci che si stanno mettendo a punto, per proteggerci dall’infezione da Sars-Cov-2. Ma non è ovviamente finita qui. Gli esempi sono numerosissimi ed è importante saper estrapolare dalla storia antica e da quella più recente idee e pratiche che possano costituire stimoli per far fronte ai problemi con cui l’essere umano deve regolarmente fare i conti nel corso di secoli e millenni».

«Per secoli – spiega Sironi – le patologie di origine infettiva sono state la principale causa di malattia e di morte. Con l’avvento della pratica vaccinale nell’Ottocento, potenziata e incrementata nel secolo seguente, la successiva messa a punto dei sulfamidici nei primi anni del Novecento e poi con la scoperta e l’uso sempre più diffuso degli antibiotici a partire dal secondo dopoguerra, le infezioni si sono drasticamente ridotte nel giro di qualche decennio». Azzerate quasi, ma mai eliminate completamente. «Si era instaurato un clima di grande ottimismo, generato dall’illusione che il problema delle malattie infettive, nei paesi del mondo occidentale, fosse sostanzialmente risolto. Peccato che, come ha recentemente affermato lo storico dell’Università di Yale, Frank M. Snowden: “l’errore più grande commesso nel XX secolo è stato credere che le malattie infettive stessero per essere eliminate”». Le cose infatti sono andate diversamente.

«Dagli anni Settanta del Novecento a oggi – prosegue Sironi – quasi ogni anno si sono verificate nuove infezioni di origine virale, sovente ad andamento epidemico, mentre in questi ultimi anni i batteri si ripropongono costantemente come ancora temibili agenti infettivi a causa dell’antibioticoresistenza: un’emergenza diventata ormai globale, a causa della quale, se non si troveranno adeguati rimedi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede per il 2050 una mortalità mondiale di 10 milioni di individui all’anno per infezioni non trattabili». Questo l’impressionante elenco delle malattie infettive emerse negli ultimi cinquant’anni: «HIV (AIDS), Hantavirus (febbre emorragica), febbre di Lassa, febbre di Marburg, polmonite da Legionella, Epatite C, malattia di Lyme, Rift Valley fever, Ebola, malattia di Nipah, West Nile virus, SARS (Severe Acute Respiraty Syndrome), encefalopatia bovina spongiforme (“mucca pazza”, ndr), peste aviaria o influenza aviaria, MERS (Middle East Respiratory Syndrome), Chikungunya, gastroenterite da Norovirus, Zika. E ora la pandemia da nuovo coronavirus (Sars-Cov-2)».

Quali sono gli insegnamenti? «Quelli che arrivano dritti dalla conoscenza dei meccanismi legati alla storia dell’evoluzione, che ha fatto sì che a un certo punto scomparissero i dinosauri e si affermassero i mammiferi» spiega Vittorio Sironi. «E’ la storia delle nicchie biologiche che, nel corso di decenni, secoli o millenni (a seconda dei casi) si liberano per fare spazio ad altri esseri viventi. La scienza ci ha insegnato che ciò che avviene a livello macroscopico è vero anche a livello microscopico, così, grazie all’utilizzo degli antibiotici molti batteri sono scomparsi, ma se ne sono affermati altri più resistenti e hanno fatto capolino anche parecchi virus». «Ciò significa che occorrono un uso corretto degli antibiotici esistenti, una proficua ricerca e produzione di nuovi farmaci da parte dell’industria farmaceutica (ricerca che era venuta meno negli ultimi decenni perché apparentemente meno impellente dal punto di vista sanitario e meno conveniente sul piano economico). Ma significa anche che bisogna sperimentare». Come? «Ad esempio cercando di “farsi in qualche modo amici”, i germi, utilizzando i batteri buoni come alleati in grado di contrastare il proliferare di quelli pericolosi. Esistono già sperimentazioni in questa direzione. Ad esempio, un gruppo di ricerca dell’università di Ferrara sta utilizzando questa strategia per sanificare gli ambienti ospedalieri».

E nell’organismo umano? «Occorre investire sullo studio, molto complesso ma promettente, dei probiotici e del microbiota intestinale» spiega Sironi. Quello del microbiota è un ambito sterminato, ma estremamente interessante e che inizia a essere molto studiato in vari ambiti della medicina: dall’obesità alle malattie autoimmuni, dalle patologie croniche al cancro. Si tratta, dunque sempre, di imparare a conoscere e rispettare il delicato equilibrio dei batteri che ospitiamo all’interno del nostro corpo, anzi, precisa Sironi, «di cui noi siamo gli ospiti, data la loro quantità e antichissima origine biologica». Alla fine il discorso prioritario e imprescindibile è sempre lo stesso: rispettare il pianeta e passare da una visione antropocentrica a un approccio complessivo, ossia una dimensione che connette tra loro uomini, animali, piante e ambiente: one Health, una sola salute.

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radionoff
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