La politica energetica europea

di Dmitry Orlov

Non ho potuto fare a meno di notare un fenomeno assai curioso che di recente ha coinvolto l’Europa Occidentale, un fenomeno che assomiglia molto ad un cargo cult, ma al contrario. In un classico cargo cult, le tribù indigene ormai assuefatte all’umiliazione di trasporti aerei regolari che forniscono loro aiuti umanitari sotto forma, diciamo, di birra e pizza, quando vengono private di questo affronto alla loro dignità nativa, iniziano a costruire finte piste di atterraggio con finte torri di controllo e falò come luci di pista nella speranza di attirare altri aerei da trasporto carichi delle suddette birra e pizze.

In un cargo cult rovesciato, le tribù indigene, che si sono abituate all’umiliazione di regolari trasporti aerei che forniscono aiuti umanitari sotto forma di, diciamo, birra e pizza, essendo improvvisamente diventate consapevoli dell’effetto deleterio della birra e della pizza sulla salute pubblica, sul permafrost artico o sull’allineamento planetario, si mettono a barricare le piste di atterraggio e a smantellare le torri di controllo, con la ferma volontà di impedire l’atterraggio di altri aerei da trasporto carichi delle suddetta birre e pizze. Gli indigeni rimangono quindi affamati e sobri fino al ritorno della sanità mentale e al ripristino del traffico aereo.

Quest’ultimo scenario è quello che sembra essersi verificato negli ultimi tempi nell’Unione Europea, dove le tribù native hanno compiuto sforzi disumani per limitare il loro accesso alle birre e alle pizze fornite dalla Russia, iniziando invece a mangiare erba e bere acqua di palude. In senso figurato ovviamente: per birra e pizza intendo gas naturale e carbone e per erba e acqua di palude turbine eoliche e pannelli solari. Per quanto riguarda il blocco delle piste e la distruzione delle torri di controllo mi riferisco al blocco o al ritardo della costruzione dei gasdotti South Stream e Nord Stream 2 e al mettere in forse la propria sicurezza energetica legando il prezzo dei contratti a lungo termine per il gas naturale ai [prezzi spot] del mercato dei futures (che è come giocare al casinò), utilizzando a fini politici i gasdotti che attraversano la Polonia e l’Ucraina. Infine, il presunto effetto deleterio delle birre e delle pizze sulla salute pubblica, sul permafrost artico o sull’allineamento planetario è l’analogo dei presunti effetti distruttivi sul pianeta provocati dalle emissioni antropiche di CO2.

Se trovate stravaganti queste analogie, lasciate che vi spieghi.

Chiariamo subito alcune imprecisioni, cioè che sarebbe possibile decarbonizzare l’economia globale, portandola a zero emissioni nette di anidride carbonica. ‘Zero net’ è un obiettivo politico, come “la guerra per porre fine a tutte le guerre” o “unl carbone pulito” o “un bilancio equilibrato” e non ha nulla a che fare con la realtà. Diversi governi si sono impegnati a raggiungere un tale obiettivo, sulla base di alcune ricerche scientifiche di cui parleremo tra un momento, ma la Bank of America ha recentemente pubblicato uno studio che prende in esame il costo reale di una tale impresa e dimostra che è totalmente irrealistico. Secondo lo studio, perché il mondo intero possa raggiungere lo zero net in 30 anni, ci vorrebbero 150 mila miliardi di dollari di investimenti o 5 mila miliardi di dollari all’anno. Questo supera tutti gli investimenti infrastrutturali esistenti al mondo e non c’è spazio nei bilanci per una tale impresa. Una cosa del genere scatenerebbe l’iperinflazione (“shock inflazionistico” è il loro eufemismo preferito), dopo di che nessun ulteriore investimento di capitale sarebbe possibile e stampare altro denaro denaro non farebbe che accentuare l’iperinflazione.

Un’alternativa facilmente praticabile sarebbe quella di ridurre l’uso dei combustibili fossili e lasciare che tutti congelino e muoiano di fame rimanendo al buio. Si dà il caso che questa sia la strategia attuale dell’Europa, perseguita tramite un cargo cult alla rovescia, che consiste nel bloccare le importazioni di energia dalla Russia. La parte che riguarda il “cargo” è evidente: si tratta dei vari tipi di combustibili fossili trasportati da navi portarinfuse, carri merci per il carbone, navi metaniere per il gas naturale liquefatto e gasdotti. L’aspetto “culto” ha bisogno di ulteriori spiegazioni: la ragione per cui tutti dovrebbero stare al buio, congelare e morire di fame è che la combustione dei combustibili fossili produce anidride carbonica. E la ragione per cui l’anidride carbonica è cattiva è che, secondo la scienza, siamo sull’orlo di una catastrofe climatica, a meno che non la si smetta di bruciare combustibili fossili, altrimenti sarà troppo tardi, con quel “troppo tardi” che, ormai da decenni, continua ad avanzare inesorabile nel tempo. Questa è una caratteristica chiave della maggior parte dei culti apocalittici: ogni volta che la data in cui avrebbe dovuto succedere la fine del mondo trascorre senza incidenti, il momento apocalittico viene semplicemente rimandato, mentre i leader del culto fanno finta che non ci sia niente da vedere, che tutto stia andando come prima. Possiamo prendere come esempio la previsione di Al Gore del 2008 di un Artico senza ghiaccio entro il 2013: quell’anno ce lo siamo lasciato alle spalle e, attualmente, nell’Artico c’è più ghiaccio di quanto ce ne fosse allora, eppure Gore non si è cavato gli occhi e non si è messo a vagare nel deserto come Edipo. Questo è abbastanza tipico dei culti apocalittici in generale.

Il divieto di mettere in discussione la scienza è un segno rivelatore che siamo in presenza di una setta. Ogni vostro dubbio viene accolto con uno sguardo incredulo e, se persistete, sarete etichettati come “negazionisti del clima” e inseguiti da folle impazzite al grido di “Crocifiggetelo!” Nell’eventualità di una conversazione con i seguaci del culto, essa ruoterà intorno all’idea che il catastrofico cambiamento climatico dovuto alle emissioni antropogeniche di anidride carbonica è il consenso scientifico.

Questo è vero, ma non importa, perché, in ogni caso, la vera scienza (non La Scienza) non opera sulla base delle opinioni o di un consenso, scientifico o altro. Nella frase “la stragrande maggioranza degli scienziati concorda che….” si può sostituire il termine “scienziati” con “studiosi della lingua inglese” e il significato, o la mancanza di significato, della frase non cambierebbe affatto. “La stragrande maggioranza dei letterati inglesi è d’accordo sul fatto che a causa delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica, il clima cambia, si modifica.” Beh, così sia.

Ho passato un decennio a lavorare come ingegnere in vari esperimenti scientifici di alto profilo e ho bevuto birra con diversi scienziati. Questo mi ha dato una buona prospettiva sul processo scientifico. Uno dei suoi aspetti principali è l’alto grado di specializzazione: gli scienziati tendono a sapere molto della loro disciplina e molto meno di tutte le altre. Un ornitologo e un erpetologo possono parlare della tettonica a placche, ma tacciono non appena un geofisico entra nella stanza. Ma ciò su cui tutti gli scienziati devono avere le idee chiare ed essere d’accordo è che, per essere scienziati, bisogna rispettare alcune regole di base. Un’ipotesi è una proposizione il cui valore di verità può essere determinato solo dall’esperimento o dall’osservazione. Una volta che sarà stata verificata con la realtà e trovata valida, verrà promossa allo status di teoria utilizzabile per fare ulteriori previsioni. Tutte le ipotesi hanno il diritto di esistere, ma solo alcune di esse vengono scelte per le prove sperimentali, perché le risorse sono limitate e la loro allocazione si basa sulla fattibilità delle suddette prove sperimentali, sull’intuizione e, ultimo ma non meno importante, sulla politica. Se le previsioni di una teoria si dimostrano troppo imprecise per essere utili nella pratica, o se ne viene scoperta una che ne fa di migliori, la teoria alla base di quelle previsioni viene scartata. Una teoria scientifica è uno strumento, non un oggetto di pubblica venerazione o il test di ammissione per un partito politico.

L’idea che le emissioni antropogeniche di anidride carbonica causeranno un riscaldamento globale catastrofico non è una teoria, è un’ipotesi, perché tutto ciò che è stato osservato finora è qualche fluttuazione su base climatica e un leggero aumento della temperatura media globale dalla fine dell’era preindustriale, senza dimenticare che un riscaldamento temporaneo di un ordine di grandezza simile si era verificato anche durante l’era preindustriale. Per essere promossa a teoria, questa ipotesi dovrebbe essere confermata dall’osservazione. Questo è piuttosto complicato, perché, anche se si osservasse un catastrofico riscaldamento globale nel periodo, piuttosto breve, della civiltà umana, si dovrebbe comunque dimostrare che le emissioni antropogeniche di anidride carbonica ne sono la causa principale. Sembra una pessima idea spendere trilioni di dollari di denaro pubblico per un’ipotesi non testata. “Ma allora sarà troppo tardi,” potrebbero gridare gli angosciati membri della setta. Troppo tardi per cosa? Per fare altre previsioni infondate di imminenti catastrofi climatiche e poi spostare tranquillamente la data in avanti quando non si avvereranno? Grazie a Dio!

Una simile ipotesi non provata era già stata usata come strumento di politica internazionale: parliamo di quella che aveva giustificato il protocollo di Montreal del 1987. Secondo questa ipotesi, i refrigeranti a base di clorofluorocarburi stavano distruggendo lo strato di ozono nell’atmosfera, che blocca le pericolose radiazioni ultraviolette, aumentando così i rischi a livello globale di cataratta o di sviluppare tumori a livello cutaneo. Come prova di questo effetto erano stati mostrati i dati sull’espansione dei buchi nello strato di ozono sopra il Polo Nord durante l’inverno artico e sopra il Polo Sud durante l’inverno antartico. Secondo un’ipotesi alternativa le molecole instabili di ozono (O3) vengono temporaneamente sintetizzate da molecole stabili di ossigeno (O2) per effetto della radiazione solare e i buchi sopra i poli si formano durante la stagione invernale a causa dell’oscurità. Le prove a favore di questa ipotesi includono il fatto che un buco nello strato di ozono sopra l’Antartide era stato osservato decenni prima che fossero inventati i CFC e che il divieto dei CFC non lo ha ridotto. Poi era diventato chiaro che il Protocollo di Montreal era stato solo un abile stratagemma per dare alle aziende chimiche transnazionali un ingiusto vantaggio competitivo, anche se potreste avere difficoltà a trovare informazioni in inglese a causa della censura su internet.

Quando si formulano ipotesi da testare sperimentalmente, è ovvio che ci si deve concentrare su quelle più promettenti a causa della limitatezza delle risorse. Ma una tale pressione non dovrebbe esistere quando si tratta di ipotesi sul clima, che non possono essere testate sperimentalmente e possono essere valutate solo sulla base di misurazioni che richiederebbero secoli per essere raccolte, a meno che la pressione non sia politica. Politica a parte, c’è una ragione perfettamente valida per considerare l’ipotesi che l’aumento della CO2 atmosferica potrebbe causare un raffreddamento globale invece che un riscaldamento globale. Il meccanismo proposto è il seguente. L’aumento delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera assorbirà quantità crescenti di radiazione infrarossa solare (entro una gamma ristretta), impedendole di raggiungere e riscaldare la superficie terrestre. Certo, impedirà anche che una parte della radiazione infrarossa riemessa dalla superficie terrestre sfugga direttamente nello spazio, ma questo è un effetto minore, poiché la maggior parte della perdita di calore dalla superficie avviene per convezione (l’aria calda sale) e per evaporazione (transizione di fase dell’H2O da liquido a gas), non per radiazione. Se volete testare questa ipotesi, potete eseguire il seguente esperimento, molto economico. Prendete un pezzo di vetro e, a mezzogiorno, mettetelo parallelo al terreno ad una certa distanza dal suolo (diciamo 1 m), in modo che blocchi una parte della radiazione solare. Dopo qualche tempo, misurate la temperatura del suolo sotto il vetro e all’esterno [della sua verticale]. Osserverete che la temperatura del terreno sotto il vetro è più bassa, non più alta, della temperatura del terreno direttamente esposto al sole.

“Ma non è così che si costruisce una serra!” potrebbe esclamare a questo punto uno scolaro precoce. “Dove sono i muri?” E lo scolaro avrebbe perfettamente ragione: sarebbe una serra difettosa perchè l’”effetto serra” è una metafora fallace. Le serre non funzionano impedendo alla radiazione infrarossa riflessa dal suolo di sfuggire nello spazio; funzionano impedendo all’aria calda di uscire dal volume della serra attraverso il tetto e le pareti, che devono essere a tenuta. Se nel tetto di una serra si facessero molti, grandi buchi, la temperatura interna diventerebbe più bassa di quella esterna. Da questo esperimento potrete concludere, usando le vostre facoltà mentali, che l’ipotesi del riscaldamento globale antropogenico non è così inequivocabile come alcuni vorrebbero farvi credere, e che i miei figli hanno più probabilità di altri di essere mandati nell’ufficio del preside per aver detto che “il riscaldamento globale è una stronzata.” Certo, preferirei che dicessero invece che “l’ipotesi che le emissioni antropogeniche di anidride carbonica stiano causando un riscaldamento globale catastrofico non è provata ed è comunque sospetta perché sembra essere motivata politicamente,” ma questo è un po’ prolisso per un bambino, quindi “stronzate” rimane, per ora, un’approssimazione accettabile.

Anche se la maggior parte delle persone ragionevoli potrebbe essere convinta ad ammettere che l’ipotesi di cui sopra non è provata poiché gli eventi da essa previsti non si sono ancora verificati, [la stessa maggioranza] potrebbe spostare la propria attenzione sui modelli climatici computerizzati che li prevedono e sostenere che questi modelli sono sufficiente per giustificare un’azione immediata. Sfortunatamente, i modelli informatici possono essere attendibili solo se vengono convalidati dall’esperienza o dall’osservazione. Per esempio, le simulazioni al computer sono usate, con ragionevole precisione, nella progettazione di tutti i tipi di infrastrutture critiche, ma solo perché sono state accuratamente convalidate da test di laboratorio su componenti fisici reali e sono applicate in aree in cui tutte le variabili possono essere mantenute entro limiti predeterminati. Il clima della Terra non è un tale dominio e i modelli climatici non sono stati convalidati per lunghi periodi di tempo. A volte si sente anche affermare che, se i modelli climatici sono in grado di modellare il clima del passato, allora ci si potrebbe fidare di loro anche per prevedere il clima del futuro. Forse coloro che fanno questa affermazione dovrebbero prima provare a dimostrare la loro validità su un sistema molto più piccolo e semplice del clima globale, come il mercato azionario. Questo avrebbe l’effetto collaterale positivo di far ridere a crepapelle gli agenti di borsa e gli investitori; la risata innesca il rilascio di endorfine che possono temporaneamente alleviare il dolore di grandi perdite finanziarie.

Questo ci riporta agli scienziati del clima (e/o alle élite inglesi che si agitano per l’anidride carbonica), il 99,9% dei quali è d’accordo nel dire, per citare la loro paladina Greta Thunberg, “bla-bla-bla.” Sono veri scienziati o falsi politici? I veri scienziati sono molto diversi. Molti di loro, spinti dalla curiosità scientifica, lavorano nell’oscurità su aree di ricerca strettamente personali: per questi ricercatori, qualunque cosa vale la pena di essere studiata, solo perché non è ancora ben compresa. Occasionalmente, alcuni di loro scoprono qualcosa che i medici o gli ingegneri trovano estremamente utile, ma questo è raro. Altri si definiscono scienziati ma lavorano su problemi molto particolari, come la riduzione del gusto delle sostanze alcaline nel dentifricio. Altri ancora fanno un lavoro veramente malvagio, per esempio rendendo i coronavirus più infettivi e mortali. E poi ci sono quegli scienziati che usano la terminologia e le tecniche scientifiche per perseguire un’agenda politica o per ottenere un vantaggio commerciale attraverso una concorrenza sleale. Sarebbe molto utile se avessero caratteristiche fisiche distintive, come un naso grottescamente allungato o pantaloni perennemente in fiamme, ma, purtroppo, assomigliano a tutti gli altri. Tuttavia, hanno due caratteristiche distintive: si trovano spesso accompagnati da politici e lobbisti dell’industria; la loro ricerca tende ad essere riccamente finanziata e il loro prodotto, chiamato in modo faceto “La Scienza,” è continuamente strombazzato dalla stampa.

Per capire perché la scienza del clima su misura è così generosamente finanziata e propagandata a gran voce, basta fare e rispondere alla solita domanda: chi ne beneficia? È finanziata e strombazzata principalmente dai Paesi Occidentali, solidali nel ruolo di dissoluti consumatori di combustibili fossili, anche se sono poveri di risorse e dipendenti dalle importazioni. In precedenza, erano anche solidali nell’avere un sacco di soldi da spendere in sussidi alle energie rinnovabili, soldi che potevano stampare a volontà, non tanto per sostituire il loro consumo di combustibili fossili con le rinnovabili (non avrebbe funzionato) ma per segnalare al mondo quanto fossero virtuosi nel salvare il pianeta da una catastrofe climatica inventata. Di fronte alla prospettiva di dover pagare sempre di più per importare energia sempre più scarsa, hanno escogitato un piano astuto: imporre tariffe sulle importazioni in base alla loro presunta impronta di carbonio: la quantità di anidride carbonica emessa durante la loro produzione. L’Occidente, che ha investito in turbine eoliche e pannelli solari, può sostenere che la sua impronta di carbonio è bassa (e quindi non soggetta a tariffe), rendendo in questo modo la sua produzione nazionale più competitiva. Si tratta nuovamente di concorrenza, vedete!

Fortunatamente [per il resto del mondo], quelli che hanno ideato questo brillante piano hanno dimenticato un dettaglio importante. Hanno dato per scontato che l’Occidente sia indispensabile come consumatore e che il fatto che paghi il proprio consumismo con denaro stampato – la sua principale attività da decenni – sia un servizio essenziale di cui l’economia globale, semplicemente, non può fare a meno. Ma quello che sta accadendo invece è che il consumo sta seguendo la produzione: prima [l’Occidente] ha esternalizzato la produzione, ora però sta estermalizzando anche il consumo. Il risultato finale sarà: nessuna importazione di energia, meno produzione interna e ancor meno prodotti importati. E, senza importazioni di energia [da idrocarburi] per bilanciare l’offerta irregolare e la domanda fluttuante, le fonti rinnovabili non serviranno a nulla, la produzione interna diventerà impossibile e stampare ancora più denaro incoraggerà semplicemente i produttori stranieri a ritardare le esportazioni, nella speranza che i prezzi aumentino ancora, cosa che sta già succedendo.

Lo vediamo già oggi: i produttori occidentali di alluminio stanno chiudendo a causa della carenza di magnesio cinese, i produttori occidentali di fertilizzanti azotati stanno chiudendo a causa dell’alto costo del gas naturale russo e diverse aziende occidentali sono costrette a chiudere o a ridurre le loro attività perché le materie prime da cui dipendono sono troppo costose o, semplicemente, non disponibili. E, mentre è possibile vivere per anni senza automobili o aerei nuovi, vivere senza fertilizzanti significa solo una cosa: la fame. Ed è assai improbabile che gli affamati si preoccupino molto della catastrofe climatica: scacco matto per La Scienza. Inoltre, la fame è destinata a causare problemi alle élite occidentali, che sembrano aver dimenticato quello che era successo a Maria Antonietta. Farebbero bene a cambiare velocemente rotta e ad annunciare che si preoccupano prima del loro popolo e poi del clima, indipendentemente dalle accuse di populismo che potrebbero derivarne, perché l’alternativa è di gran lunga peggiore.

Ma allora, cosa succederà al clima? Dovremmo saltare immediatamente alla conclusione che siamo tutti condannati? Beh, fate pure, ma lo scenario più probabile, ancora una volta, è che vedremo praticamente sempre le stesse cose. Il clima è stato eccezionalmente stabile negli ultimi diecimila anni circa e quello che stiamo vedendo ora sembra essere un ritorno alla normalità, con molti più uragani, inondazioni, incendi, siccità, tornado e così via, ma non è niente di straordinario se si guarda al passato. Al di là di questa instabilità perfettamente normale, se si aumenta la scala temporale, si vede che il clima globale si sta raffreddando molto gradualmente da milioni di anni, probabilmente a causa del tasso di decadimento nucleare all’interno del pianeta o dell’attività solare, nessuno lo sa di sicuro. Non si sta solo raffreddando gradualmente: è bistabile, le sue variazioni avvengono all’interno di un range relativamente ristretto. Nella parte inferiore di questo intervallo ci sono le ere glaciali della durata di decine o centinaia di migliaia di anni, nella parte superiore i periodi interglaciali, molto più brevi e leggermente più caldi, come quello che stiamo vivendo attualmente.

Come la maggior parte dei processi sulla Terra, la transizione da un periodo all’altro è guidata dall’acqua: se il pianeta si riscalda abbastanza da far evaporare molta acqua in presenza di un’ampia copertura nuvolosa, le nuvole rifletteranno gran parte della luce solare, causando il raffreddamento della superficie e la formazione di calotte polari e ghiacciai. In seguito, le nuvole si dissiperanno in gran parte, ma una grossa area della superficie terrestre continuerà ad essere ricoperta dal ghiaccio che rifletterà nello spazio gran parte della radiazione solare, così il clima rimarrà freddo e continuerà a formarsi il ghiaccio. Alla fine, nel ghiaccio rimarrà intrappolata talmente tanta acqua che il livello degli oceani scenderà, esponendo molta più terra, che si riscalderà, dando inizio al processo opposto, e il ciclo si ripete. Abbiamo superato di mille anni la temperatura interglaciale ottimale, che era molto più elevata di oggi, e, se l’attuale, brevissimo periodo di consumo dei combustibili fossili dovesse avere qualche effetto, anticiperebbe l’inizio della prossima era glaciale, che potrebbe avvenire da un millennio all’altro.

Cosa ha a che fare tutto questo con l’anidride carbonica? Beh, non molto! Normalmente, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera aumenta e diminuisce con la temperatura, cosa che la rende un buon indicatore della temperatura globale. Ma, attualmente, la combustione dei combustibili fossili distorce questa lettura, rendendola praticamente priva di significato. Sì, [la concentrazione di CO2] è più alta di una volta, ma questo, in realtà, è una cosa buona, perché permette alle piante di crescere più velocemente, rendendo più facile la produzione di cibo in aree con stagioni di crescita brevi, come la Russia. Questa concentrazione è ancora più bassa di quella ritenuta ottimale dalla maggior parte dai coltivatori di prodotti in serra, quelli che utilizzano serre vere, con muri e tetto (non serre metaforiche e difettose) per ottenere la miglior produttività.

Il ritornello “ne sapremo di più tra qualche migliaio di anni” deve essere abbastanza inquietante per i membri del culto del catastrofismo climatico, anche se si dovrebbero preoccupare molto di più dell’immediato futuro. L’intero presupposto su cui si basa il loro culto è crollato: l’Occidente non è più un consumatore indispensabile in grado di estorcere una compensazione per le proprie emissioni di anidride carbonica ai Paesi che gli forniscono tutto ciò di cui ha bisogno in cambio di denaro stampato. Questo non darà [alle elites occidentali] l’ingiusto vantaggio competitivo che desideravano. La loro ultima e disperata manovra, il cargo cult al contrario, bloccare le importazioni di energia dalla Russia, si è rivelata un disastro e ha portato inflazione, carenze di prodotti e chiusura di fabbriche. “Questo non è il disastro che avevamo ordinato!” possono gridare angosciate, ma solo un’eco risponderà, l’intramontabile “bla bla bla” di Greta Thunberg.

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