La critica crociana

La cultura Italiana dai primi anni del ‘900 alla seconda guerra mondiale fu influenzata dal pensiero e dall’opera del Croce, uomo politico, filosofo, storico, critico letterario. Il Croce riprese le idee del De Sanctis e le organizzò nel quadro di un sistema filosofico ispirato alla filo­ sofia idealistica dell’8OO ripensata in termini più moderni e attuali. Il pensiero estetico e l’opera critica del Croce sono così esposti da un suo seguace, il Sansone.

Il carattere della critica di tipo crociano è noto a tutti: è la critica rispondente a quella che è una delle maggiori conqui­ste speculative del sec. XIX, e cioè la scoperta dell’autonomia dell’arte, scoper­ta a cui il Croce, dopo averla consolidata e schiarita con un inesausto lavoro speculativo, tenne fede con un rigore che non lasciò mai luogo a indulgenze e concessioni. Posto che l’arte è un fatto autonomo, cioè esprime e realizza un valore assoluto, la critica non può essere che un giudizio intorno a quel valore, ed esplicazione storica e ragionata descrizione del costituirsi e dell’essenza di quel valore. In parole più semplici, poiché l’arte è un valore in sé e per sé (cioè non per altro, vale a dire non è, in quanto tale, né moralità né razionalità, né, tanto meno, un non-valore, cioè manifestazione pre-spirituale, sensuale o meccanica) la critica letteraria non può essere che asseverazione o meno di quel valore e perciò, nel suo schema essenziale ridursi al giudizio: a è arte, a non è arte, e poi ragionare quel giudizio, ma non mai corroborarlo con ragioni estranee al valore artistico, per esempio, misurando il pregio di un’opera di poesia riportandola alla sua misura morale, sociale, religiosa, o altra che sia.
Tutti i canoni della metodica crociana della critica letteraria discendono dal principio della autonomia dell’arte e dalla gelosissima custodia di quel principio. Questi princìpi sono, oltre quello fondamentale già indicato (essere la critica nella sua essenza affermazione o negazione del valore poetico), l’altro che, poiché l’opera d’arte non è traducibile in termini razionali e poiché deve ritenersi assurdo ed infecondo il tentativo di ragionare il giudizio critico mediante notazioni o parafrasi liri­che del testo (quasi continuando il testo poetico, nella pretesa del critico di farsi “artifex artifici additus”), l’unico modo reale di rendere esplicito quel giudizio sta nel formulare una “caratteristica”, che indichi psicologicamente il contenuto della poesia di uno scrittore, e cioè il suo stato d’animo fondamentale e il nucleo della sua ispirazione (nucleo che però va inteso non come qualcosa di statico, ma descritto nel suo svolgersi e attuarsi); e l’altro della rigida distinzione tra filologia, storia della cultura, storia etico-politica e critica letteraria. Ogni indagine filologica, ogni ricerca erudita o biografica, ogni studio di forme di civiltà, di cultura, di idee, ogni cura rivolta a studiare la condizione della società, i travagli civili, religiosi e simili sono sempre lavori pro­pedeutici rispetto alla critica letteraria propriamente detta: lavori utili e spesso indispensabili per disporsi a intendere l’opera d’arte, nessuno però sufficiente o indispensabile per giudicare, giacché a formulare quel giudizio basta – in grazia dell’altra dottrina crociana che afferma l’identità del gusto e del genio – il gusto del critico, gusto che, ovviamente, dev’essere armatissimo, e cioè esercitato e fondato sopra un larghissimo fondo di cultura e di umana esperienza, ma che alla fine è autonomo e autosufficiente. Concludendo, la critica letteraria è, dal punto di vista crociano, un discorso intorno a un’opera d’arte o a una personalità artistica, rivolto a pronunziare un giudizio intorno al valore poetico della singola opera o delle opere di un artista; a distinguere in ogni opera o nella storia generale dell’opera di un poeta le parti poetiche dalle non poetiche; a schiarire con una generale “caratteristica” di natura psicologica il contenuto dell’opera o nella sua singolarità o nel suo dinamico sviluppo; a illustrare il giudi­zio e la caratteristica mediante opportuni richiami e analisi di stile, di lingua o di contenuto (richiami e analisi da sospendere al libero gusto del critico e che non possono in alcun modo soggiacere a una qualsiasi precettistica); a schiarire e a porre dialetticamente i rapporti tra le parti poetiche e le parti non poetiche e cioè a illustrare l’opera (e sempre, s’intende, nella sua singolarità o nella ciclica e totale produzione di un artista). pur preservata nella sua individualità poetica, nella sua organica connessione con le altre attività dello spirito.
Ogni altro tipo di critica, da quella retorica a quella erudita, da quella sociologica a quella psicologica a quella che rapporta l’opera d’arte al solo moto delle idee (considerando l’arte riflesso o presagio di quelle) è sbagliata, perché in realtà non studia e illustra l’opera d’arte per sé, ma “si serve” dell’opera d’arte “per altro·, e cioè per illustrare o convalidare schemi o categorie retoriche, o per curiosità erudita, o per approfondire Io studio della vita civile, spirituale o per riportarla a schemi psicologici: sempre, in sostanza, compromettendo e negando l’autonomia di quel valore assoluto che è l’arte, e cioè negando il suo oggetto proprio e inconfondibile. Dal principio medesimo dell’autonomia dell’arte – così rigorosamente inteso e custodito – discende la dottrina crociana della storiografia letteraria, intrinsecamente connessa con quella della critica letteraria. La critica letteraria è essa stessa la storia letteraria ed è l’unica forma di storia letteraria possibile. Comporre un’opera storica, fare storiografia significa ordinare e intendere un insieme di eventi, individuando i nessi che li congiungono e disegnando uno svolgimento intrinsecamente coerente e necessario: orbene, qual nesso può esservi tra le opere di poesia, che, come pure opere di creazione e intese come istituzione di un valore assoluto, legato alla sola virtù del genio, si sottraggono necessariamente (e sempre come tali) a ogni altro legame storico che non sia proprio la anzidetta virtù del genio? Quale nesso di svolgimento può istituirsi tra la Commedia e il Canzoniere o tra i Sepolcri e il Cinque maggio o i Canti? Ogni tentativo di storia letteraria non potrebbe essere che assoggettamento delle opere di poesia ad altri valori, cioè comprometterebbe (siamo sempre al solito punto!) l’autonomia della poesia. Perciò, secondo il Croce, la sola storia della poesia possibile è quella “monografica”. cioè la narrazione del costituirsi e dello svolgersi e attuarsi nelle opere dell’ispirazione di ogni singola personalità poetica. Questo non vuol dire che il poeta e la sua opera siano fuo­ri della storia, giacché non v’è dubbio che la storia in tutte le sue istanze e manifestazioni condiziona l’opera del poe­ta, come non v’è dubbio che la stessa creazione poetica diventa a sua volta ele­mento, momento e fattore della storia (e non solo delle forme artistiche e dei con­ tenuti spirituali), ma con questo siamo sempre a un apprezzamento dell’opera d’arte non in quanto tale (cioè in quanto creazione totale e assoluta) ma nei suoi precedenti (cronologici o ideali) e nelle sue conseguenze: e non in questo consi­ste il suo reale valore, ad assodare il quale è rivolta la sua sola possibile e reale storia.
A questo concetto della storia artistica il Croce tenne fede per tutta la vita, polemizzando non soltanto contro le ricorrenti istanze storiche di tipo positivistico, ma soprattutto contro quelle di tipo romantico e sociologico.

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radionoff
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