La considerazione di noi stessi, un abito sempre largo

Un vestito che ci va sempre largo è quello della considerazione che abbiamo di noi stessi. È sempre con la cosiddetta crescenza, come se fossimo sempre e comunque in grado di ricevere qualsiasi incarico, senza limiti, buoni per ogni esperienza, capaci di affrontare qualsivoglia impegno. Soprattutto se politico. D’altronde diventa difficile spiegarsi perché mai una persona tanto normale da ritenerla banale, possa poi cacciare il meglio di sé, quello che è ancora inespresso, solo una volta indossata una coppola o occupata una poltrona.

Io credo, invece, probabilmente a torto, visto quello che accade, che per fare politica ci vogliano tante qualità, cultura, conoscenze, esperienza, comunicativa e una quintalata di intelligenza. Quindi, a occhio e croce, roba per pochi. La democrazia, invece, esclude che detti requisiti debbano preesistere a un’esperienza politica. Il filtro dovrebbero metterlo in funzione i partiti e per una stagione lunga lo hanno fatto, convinti, come erano, che solo il meglio del loro patrimonio umano dovesse essere accompagnato fino ai vertici. Poi chissà cosa è successo e i valori tenuti in conto per scalare postazioni sono diventati altri. Tipo la fedeltà al capo, che, però, costituisce il primo fattore di indebolimento del capo stesso, il quale finisce per non avere un supporto da chi lo circonda, ovvero finisce per avere un supporto pari al valore del fedele adepto, che, per il solo fatto di essere un cane fedele, abdica alla capacità personale di critica, ove mai l’avesse mai avuta.

Altro valore venuto alla ribalta è la capacità di attrarre, in proprio, consenso elettorale. Questo aumenta proporzionalmente alla capacità di promettere del candidato. Promesse che sono poi mantenute in una percentuale bassissima, dopo una severa selezione a base di tornaconto personale. Un’arte particolare, tipo quella del venditore che sa pubblicizzare la sua merce facendocela vedere più bella di quello che è.

Altri valori sono ora in auge, ma sono tutti ancora più squallidi e meno presentabili dei primi due.

Di conseguenza, potendo chiunque, anche senza aver studiato, esser bravo a inventar frottole o a essere obbediente e fedele, ecco che il panorama umano della politica diventa opaco come il cielo di una città industriale cinese. E come questo assolutamente da bonificare, disinfettare, disinquinare.

Un’operazione di ecologia politica tanto necessaria quanto difficile che prenda corpo, perché quello che è evidente, lo è per chi guarda dal di fuori, non certo per chi sguazza nel meraviglioso paradiso terrestre della politica. Perché tale è, proprio un paradiso terrestre, dove diventi quello che vuoi: un ministro o assessore, uno scrittore, un giornalista, un esperto, un presidente o, alla fine, un ballerino a “ballando con le stelle”. Un paradiso perché guadagni bene e non hai responsabilità, perché vai in TV e sentenzi quello che ti passa per la mente, senza riflettere e senza curare il linguaggio e dove ti stanno pure a sentire. Dove la gente ti riverisce e puoi dispensare pacche bonarie sulle spalle. Una volta i sindaci non prendevano una lira e rubavano il tempo al lavoro, col quale campavano, per regalarlo alla loro città. Ora, beh!, lo vedete tutti, oggi è diverso. Insomma per giocare a pallone devi essere bravo, per fare l’avvocato aver studiato e poi vincere quotidianamente le cause, ma per fare il politico basta una bella faccia tosta e un vocabolario striminzito, tanto, per quello che devi fare…

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