La concezione politica di Dante

Per fondare la sua tesi politica su una base inconfutabile, Dante l’ha voluta stabilire sulla struttura stessa dell’uomo. Sola fra tutte le creature questi occupa il mezzo fra creature corruttibili e incorruttibili, composto com’è di due parti essenziali, l’anima e il corpo. Egli è corruttibile secondo l’una di queste parti, il corpo; secondo l’altra, l’anima, è incorruttibile. Se dunque occupa il mezzo fra le nature totalmente incorruttibili (le sostanze separate) e le nature totalmente corruttibili (gli animali sprovvisti di ragione), deve anche, come ogni terinine medio, partecipare della natura dei due estremi. L’uomo deve dunque, insieme, partecipare della natura degli esseri corruttibili e di quella degli esseri incorruttibili. Ora, ogni natura è ordinata verso un fine ultimo determinato. Se, dunque, la natura dell’uomo è duplice, anche il suo fine deve essere duplice. In altri termini c’è un fine ultimo dell’uomo in quanto egli comporta un corpo mortale e un altro fine ultimo dell’uomo in quanto egli comporta un ‘anima immortale; ciò significa che l’uomo possiede due fini ultimi, l’uno da conseguire in questa vita, prima della morte, l’altro nella vita futura, dopo la morte. Questi due fini ultimi suonano strani a orecchie abituate al linguaggio tomistico. Una delle tesi principali del De “regimine principum” di S. Tommaso d’Aquino è, al contrario, che l’uomo ha un solo fine ultimo: la beatitudine eterna cui è chiamato da Dio e che non può attingere che per mezzo della Chiesa fuor della quale non c’è salvazione. Questa è la ragione per cui i princìpi di questo mondo son sottomessi al Papa, come a Gesù Cristo stesso di cui questi è il vicario. Dante invece sostiene che l’uomo ha due fini ultimi, dei quali nessuno può essere subordinato all’altro; come essi non sono gerarchizzabili, così non lo sono le due autorità che presiedono a ciascuno di questi due ordini. Al contrario di S. Tommaso, Dante afferma che la Provvidenza ha proposto all’uomo due fini ultimi: la felicità in questa vita, che çonsiste nell’esercizio della virtù propriamente umana, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio e. che l’uomo non può conseguire con le sue sole forze naturali, senza il soccorso della Grazia. Secondo Dante si giungerà al nostro ultimo fine naturale seguendo gli insegnamenti dei filosofi, cioè regolando i nostri atti secondo la legge delle virtù intellet­tuali e morali. Noi perverremo al nostro fine ultimo soprannaturale grazie agli insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana, purché ob­bediamo a essi agendo secondo le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità (Monarchia; III, 16).
A questo punto Dante condensa tutta la sua dottrina in una frase d’una mirabile densità, ogni membro della quale assegna la sua funzione propria a ciascuna delle tre autorità che si dividono l’universo dantesco: «Sebbene queste conclusioni e questi mezzi ci siano stati mostrati alcuni dalla ragione umana che si è fatta conoscere da noi tutta intera attraverso i filosofi, altri grazie allo Spirito Santo, che ci ha rivelato la verità soprannaturale neces­saria all’uomo per mezzo dei Profeti, degli scrittori sacri, del figlio coeterno di Dio Gesù Cristo e dei suoi discepoli, la cupidigia umana volgerebbe tut­tavia loro le spalle se gli uomini, come cavalli trascinati dalla loro bestialità, non fossero tenuti a freno con la briglia e il morso» (ivi). Nulla di più chiaro della distinzione di queste tre autorità: la filosofia, che ci insegna la verità totale sul fine naturale dell’uomo; la teologia che, sola, ci conduce al nostro fine soprannaturale; il potere politico, infine, che, tenendo a freno la cupi­digia umana, costringe gli uomini, con la forza della legge, al rispetto della verità naturale dei filosofi e della verità soprannaturale dei teologi. Riunendo questi dati, si ottiene dunque questo schema, dove le due bea­titudini appaiono distinte e indipendenti l’una dall’altra come i mezzi che le preparano e le due autorità supreme dalle quali gli uomini sono condotti a esse:

Se è così, la funzione propria del Sacerdozio e dell’Impero appare in piena luce e la distinzione radicale dei loro fini è la garanzia della loro indipendenza più completa che si possa desiderare. Da una parte il Papa, che conduce il genere umano alla vita eterna tramite la Rivelazione, dall’altra, l’Imperatore che lo conduce alla felicità temporale tramite la filosofia. Solo l’Imperatore può assicurare alle società umane l’ordine e la pace senza i quali nessuno dei due fini potrebbe essere raggiunto. Tale è la funzione propria che Dio gli ha assegnato e l’autorità che gli viene da Dio solo e da nessun altro. È dunque evidente che l’autorità temporale dell’Imperatore discende direttamente a lui dalla Sorgente divina e unica da cui derivano tutte le autorità. Certo, e Dante lo richiama opportunamente nelle ultime righe dcl suo trattato, la felicità di questa vita mortale è ordinata, in qualche modo in una maniera d’altronde che egli non precisa, alla beatitudine immortale. L’Imperatore Romano è dunque sottomesso al Papa in qualche cosa che Dante, questa volta precisa: la supremazia del Papa è quella della paternità: «Che Cesare usi dunque verso Pietro il rispetto che un figlio primogenito deve usare verso il padre. Così, illuminato dalla grazia paterna, egli illuminerà con maggior vigore questo globo terrestre al quale è stato preposto da Colui che governa tutto il temporale e lo spirituale». Presso Dante gli ordini di giurisdizione sono dei sistemi chiusi che si ricongiungono soltanto in Dio. Il mondo di Dante ci appare ormai come un sistema di rapporti d’autorità e d’obbedienza. La filosofia vi regna sulla ragione, ma la volontà dei filosofi deve obbedire all’Imperatore e la loro fede deve sottomissione al Papa. L’Imperatore regna solo sulle volontà; ma la sua ragione deve obbedienza al Filosofo e la sua fede al Papa. Il Papa regna senza spartizioni sulle anime, ma la sua ragione deve obbedienza al Filosofo e la sua volontà all’Imperatore. Tutti e tre devono tuttavia obbedienza e fede a Colui da cui ciascuno di essi deriva direttamente l’autorità suprema che esercita nel proprio ordine: Dio, il Sovrano Imperatore del mondo terrestre come del mondo celeste, nell’unità del quale si ricongiungono tutte le diversità. Per ottenere un quadro d’assieme delle finalità umane e delle autorità che le reggono, bisognerebbe dunque collocare Dio al sommo, come l’Amore sovrano e il Motore supremo che attira a sé la società umana universale con questa duplice finalità.

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