L’ italiano pentito

La vulgata è che le manifestazioni per l’abolizione del green pass sul posto di lavoro siano figlie esclusivamente delle misure governative post Covid. Questo è quello, peraltro, che vogliono far credere. Ma non è così, non può essere così. Si trattasse soltanto di proteste di una percentuale davvero minima di italiani che si ostinano, chissà se davvero tanto a torto, a non vaccinarsi, non si scomoderebbero le squadre scudo munite delle forze dell’Ordine, ovvio. Se accade un tanto è perché si ha la fondata impressione che dietro ci sia altro.

Infatti c’è tanto altro.

Le misure contenitive della libertà sono l’apice di una escalation cominciata anni fa. L’umiliazione autentica degli italiani è cominciata decenni or sono, diciamo nei primi anni sessanta, quando l’imprenditore che metteva assieme la mazzetta più consistente si arricchiva. Di certo gli italiani erano già, come dire, vaccinati: subordinandosi al potere ottenevano lo specifico passaporto, in questo caso economico e non sanitario, per sfondare.

Poi la cronicizzata corruzione, dai livelli locali a quelli ministeriali. Il cosiddetto viaggio a Roma al Ministero con il portabagagli carico carico. Mi raccontava un amico, e correvano gli anni settanta, che l’impresa per la quale svolgeva le umili mansioni di geometra, pagava mazzette progressive partendo dall’ultimo della ruota al capo in testa. Al primo toccava un pensiero minimo e poi via via a salire.

Poi i concorsi (e gli appalti) truccati fino alla radice, dove il bravo trovava lavoro solo se avanzava un posto fra i raccomandati. Poi gli ignoranti nei posti che contavano, poi le nomine a primario rispettando la volontà della politica. Poi una burocrazia lercia, lenta, macchinosa, indolente, pigra, maleducata. E poi, ritornando all’attualità, una giustizia carissima e lentissima, quasi a significare che chi chiede giustizia dà solo fastidio. E la magistratura che pensa alle carriere e fagocita la politica, e le prime pagine per i PM più sfacciati. E poi uno scandalo dietro l’altro, a riempire le pagine dei giornali con una costanza inverosimile. Le riforme una più inutile dell’altra, le mille e una legge, i commi subdoli nascosti per favorire tizio e caio. Senza dimenticare le promesse elettorali, di cui alcune rimaste come icone della furfanteria della politica (un cult è quella della promessa di un milione di posti di lavoro), i bulli al governo e gli sfaccendati incollati sulle più importanti poltrone. E la malavita organizzata, diventata presenza fisiologica, istituzionalizzata, talvolta anche oggetto di un processo di umanizzazione.

Tutto teso a desacralizzare o secolarizzare la liturgia della politica, resa strumento di avventurieri senza storia. Tutto, chirurgicamente, destinato a far perdere autorevolezza alla politica, a disaffezionare gli italiani dalle istituzioni, a rendere queste ultime altarini del nulla. Fino ad arrivare al quotidiano, fatto di omertà pubblica, di provvedimenti violenti e di comportamenti istituzionali schizofrenici, come il via libera all’assalto alla sede della Cgil e il daspo per Puzzer.

Ora il sistema si compatta e reagisce con violenza, non avendo neanche quella capacità di ascolto che potrebbe immunizzarlo concretamente dalla protesta montante, attraverso misure tese a contenere il malumore anche se solo per  facciata.

Infine la tragicommedia del vaccino. Questo doveva risolvere il problema, e forse l’ha già risolto in larga misura, già con la prima dose. Ma poi si è deciso che ce ne voleva un’altra, risolutiva. Ma tale non è. E ce ne vuole una terza e poi una quarta, senza che sia certo che siano davvero risolutive o non, addirittura, dannose, perché uno studio semplicemente non esiste. Milioni e miliardi per l’industria farmaceutica che si ingrassa, mentre gli italiani si avviano a una vita povera, per la maggioranza, e lussuosa, sempre più lussuosa, per una minoranza, secondo uno schema tanto lontano dagli ideali socialisti e comunisti da trovare d’accordo unanimemente la sinistra mondiale, secondo lo schema tipo dell’ipocrisia ideologica.

No, reprimere la protesta non è mai stato risolutivo, ed è stato sempre tipico dei regimi, non delle democrazie. Ma del resto, da tempo, sappiamo bene che di democratico non c’è nulla se a governarci è un Draghi qualsiasi, uscito da un cilindro qualsiasi di un Mattarella qualsiasi. Dice: ma così tu offendi le istituzioni!

Ma va! E alle offese che ricevo io, cittadino della repubblica di Pulcinella, da quando sono ragazzo, nessuno ci pensa?

1 commento su “L’ italiano pentito”

  1. Telesca Antonio

    Forse ci siamo costretti a non puntare al meglio ma al meno peggio. Il rimpianto per quello che poteva essere l Italia senza i suoi vizi , è il peso che la storia farà cadere su tutti noi. Quasi tutti.

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