Italian Sounding: il falso “Made in Italy”

Si definisce “Italian Sounding” la strategia di marketing consistente nell’uso di parole, di immagini, di combinazioni cromatiche (il tricolore), di riferimenti geografici e di marchi evocativi dell’Italia per promuovere e commercializzare prodotti, soprattutto ma non esclusivamente agroalimentari, che in realtà non sono “Made in Italy”. I prodotti contraffatti violano marchi registrati o altri segni distintivi tutelati per legge come, ad esempio, le denominazioni di origine (Doc, Dop, Docg, Igp, Igt, Stg), perciò la contraffazione è perseguibile legalmente. Invece, i prodotti “Italian Sounding” non possono essere classificati come illeciti dal punto di vista strettamente giuridico, ma rappresentano comunque un danno ingente per l’economia italiana e per le potenziali esportazioni del “Made in Italy”. All’estero la domanda di prodotti italiani è enorme ed in costante crescita, ma gli stranieri non sempre riescono a distinguere un vero prodotto italiano da uno “Italian Sounding”.

Nonostante l’aumento delle esportazioni agroalimentari “Made in Italy”, ad oggi ancora due prodotti italiani su tre venduti nel mondo sono solo “Italian Sounding”. Nell’ultimo decennio l’aumento del valore del falso “Made in Italy” agroalimentare a livello mondiale è aumentato del 70%. Circa 100 miliardi di euro sono le perdite annue per l’economia italiana dovute a questo fenomeno. Di seguito i 10 prodotti italiani maggiormente falsificati:

  1. Mozzarella (ad esempio con storpiature del nome: “Zottarella”);
  2. Parmigiano Reggiano e Grana Padano (imitazioni da “Parmesan” a “Grana Pompeana”, da “Parmesao” a “Reggianito”);
  3. Provolone (ottenuto con latte diverso dall’originale);
  4. Pecorino Romano (imitazioni vendute come “Romano” ottenuto con latte di mucca e non di pecora);
  5. Salame (prodotto anche con indicazioni geografiche false come “Calabrese”, “Toscano”, “Milano”, “Genova”, “Veneto”, “Firenze”, “Napoli”);
  6. Mortadella (imitazioni anche con storpiature come “mortadela”, indicazioni geografiche false come “siciliana” o con carne diversa da quella di suino);
  7. Sughi (realizzati con contenuti e ricette anche stravaganti che richiamano impropriamente all’Italia ed indicazioni geografiche false come “bolognese”);
  8. Prosecco (con storpiature del nome come “Prosek”, “Meer-secco”, “Kressecco”, “Semisecco”, “Consecco” e “Perisecco”);
  9. Chianti (con imitazioni in bottiglia ma anche con il “wine kit” per preparazione casalinga con polveri e alambicchi);
  10. Pesto (imitazione del “pesto alla genovese”, falsificato con i nomi “Spicy Thai Pesto” e “Basil Pesto”.
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Nicola Cirigliano
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