Inchiesta su Renzi e la Fondazione Open

L’inchiesta della procura di Firenze sulla Fondazione Open, che dal 2012 al 2018 finanziava parte delle attività dell’ex segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, è tornata da alcune settimane nella cronaca quotidiana. Nuovi dettagli contenuti nelle 92mila pagine dell’inchiesta, a volte anche su questioni piuttosto laterali, sono stati pubblicati da diversi quotidiani, e hanno alimentato nuove accuse riguardo a possibili conflitti di interessi e ad alcune scelte giudicate politicamente inopportune.

L’inchiesta era iniziata poco più di due anni fa, ha tra gli indagati Renzi e diversi fra i suoi più stretti collaboratori, e si è chiusa a metà ottobre. L’accusa principale della procura di Firenze è che Renzi abbia utilizzato la fondazione Open per finanziare il suo partito, raccogliendo soldi da privati per eventi legati alla propria attività, senza però che questa rispettasse i requisiti di trasparenza e tracciabilità richiesti alle fondazioni che agiscono come organi di partito. La tesi, che dovrà essere eventualmente verificata nel processo, è che Open agisse come articolazione di partito, e che quindi dovesse rispettare obblighi più stringenti nella raccolta e gestione delle donazioni.

Ma è una questione complessa e non scontata, su cui ci sono già state per esempio sentenze della Cassazione in contrasto con quanto sostenuto dalla procura. La discussione riguarda più in generale le riforme sul finanziamento pubblico ai partiti, prima nel 2013 e poi nel 2019, e ha alimentato un dibattito sulle modalità con cui si dovrebbe sostenere la politica, progressivamente limitate e regolate nel corso degli anni.

Il centro dell’inchiesta
La Fondazione Open era nata nel 2012 col nome di Big Bang, come strumento finanziario per organizzare le annuali riunioni della cosiddetta “Leopolda”, gli appuntamenti degli alleati e dei sostenitori di Renzi organizzati a Firenze negli spazi della ex Stazione Leopolda. Il presidente della Fondazione era l’avvocato Alberto Bianchi, mentre del consiglio di amministrazione facevano parte lo stesso Renzi e i suoi principali collaboratori politici, come gli attuali parlamentari Maria Elena Boschi e Luca Lotti, e l’imprenditore Marco Carrai.

La Fondazione fu chiusa nel 2018 e si stima che nei suoi sei anni di vita abbia gestito circa 6 milioni di euro, usati in parte per sostenere i costi di organizzazione della Leopolda. L’inchiesta però si concentra su quasi 3,6 milioni di euro che secondo la procura di Firenze fra il 2014 e il 2018 sarebbero stati utilizzati «per sostenere l’attività politica di Renzi, Lotti e Boschi e della corrente renziana» del Partito Democratico, come si legge in alcune delle pagine dell’inchiesta pubblicate dal Fatto Quotidiano.

Sono soldi che secondo la procura sono incompatibili con le attività di una fondazione politica, dato che furono utilizzati per organizzare eventi, partnership e altre iniziative con cui Renzi, secondo la tesi della procura, consolidò la sua leadership all’interno del PD, di cui fu segretario dal 2013 al 2018. Per queste ragioni a Renzi contesta il reato di finanziamento illecito ai partiti: benché si limitasse a far parte del suo consiglio di amministrazione senza avere cariche dirigenziali, la procura lo considera il capo della Fondazione.

Ad altre persone coinvolte nell’inchiesta vengono contestati diversi ulteriori reati nell’ambito della corruzione e del traffico di influenze, che riguardano chi abusa del proprio ruolo o delle proprie conoscenze per avvantaggiare una società o una persona che non ne avrebbe diritto più di altre.

Lotti per esempio viene accusato di corruzione per l’esercizio della funzione, un reato che prevede pene fino a otto anni di carcere, in relazione a una donazione di circa 253mila euro che la società British American Tobacco, uno dei più grandi produttori al mondo di sigarette, fece alla Fondazione Open fra il 2014 e il 2017. Secondo l’accusa Lotti, che all’epoca era segretario del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE), si sarebbe «ripetutamente adoperato in relazione a disposizioni normative di interesse» per l’azienda. In altre parole Lotti avrebbe fatto pressioni per conto dell’azienda su iniziative del governo in cambio dei soldi versati dall’azienda stessa alla Fondazione Open, di cui era consigliere.

Secondo l’accusa fra il 2014 e il 2018 Lotti, insieme al presidente della fondazione Alberto Bianchi, avrebbe inoltre ricevuto diverse somme di denaro dalla Toto Costruzioni in cambio di un trattamento di favore da parte del governo. Peraltro, sempre secondo l’accusa, circa 200mila euro dei soldi versati da Toto Costruzioni avrebbero finanziato il comitato per il Sì al referendum del 2016 sulla riforma costituzionale proposta dal Partito Democratico guidato da Renzi.

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