Il Reddito di cittadinanza per una società più libera

di Livio Valvano, segretario regionale del Psi di Basilicata

È una proposta socialista, del socialismo democratico umanitario e pragmatico che spinge per massimizzare concretamente il livello di libertà di ogni individuo. Infatti, sulle pagine dell’Avanti! edizione della domenica del 14 febbraio 2010 (11 anni fa) i socialisti italiani pubblicavano una proposta di legge che i socialisti europei avevano già sperimentato con successo in diversi Stati.

Ricordo che all’epoca, se pur fuori dal Parlamento, i socialisti italiani avanzarono quella che era ed è una necessità, frutto di una analisi anticipatoria di una società che cambia più velocemente di quanto ci si renda conto.
Il Reddito di cittadinanza e il Salario minimo, appariva e appare ancora oggi come una eresia.
Oggi dopo i primi due anni di sperimentazione, disciplinato con una legge varata dal Governo a guida Cinque Stelle, si è trasformato in un terreno di scontro politico, purtroppo.
Il rapporto presentato dall’ANPAL (l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro) il 20 dicembre 2021 deve indurre la politica a una necessaria riflessione, alla luce dei numeri registrati anche rispetto alle occasioni di lavoro colte da una parte significativa dei beneficiari.

Per fare ancora meglio (e certamente si può e si deve fare di più), serve una riflessione onesta, fondata sull’analisi dei dati e dei fenomeni connessi all’introduzione di questa misura, scevra dai posizionamenti politici. I Salvini diranno che va abrogato a prescindere, al contrario dei Di Maio che lo sostengono costi quel che costi.
Favorevoli e contrari continueranno a confrontarsi ancora per molto, adducendo le motivazioni più disparate.
I piccoli imprenditori giustamente dal loro punto di vista sono critici perché non trovano più manodopera facilmente disponibile ad un costo contenuto; dal lato opposto i disoccupati preferiscono non lavorare se non c’è un valore incrementale attraente del salario offerto.
Ma è proprio qui il nocciolo della questione, cioè la capacità di mettere a fuoco quel punto di equilibrio, anziché evitarlo.
Il progresso della scienza, delle tecnologie, dei processi produttivi, con i big data che tendono all’intelligenza artificiale, sta riducendo l’apporto lavorativo manuale e intellettuale dell’uomo. E’ un processo sempre più veloce e inarrestabile, non si torna indietro. Sarebbe miope far finta di non vedere che alla diminuzione del lavoro, da una parte, cresce in parallelo la forza economica e finanziaria dei grandi player mondiali della manipolazione delle informazioni, la cui capitalizzazione nei mercati finanziari supera il valore del PIL di molte Nazioni.
La crescita delle disuguaglianze richiede una azione politica in grado di redistribuire risorse, valorizzando la dimensione collettiva che, insieme alla iniziativa imprenditoriale, è la vera fonte di ogni ricchezza individuale.
Alla inevitabile riduzione quantitativa del lavoro manuale e intellettuale dobbiamo essere capaci di far corrispondere una crescita del benessere dei molti.
Per questo bene ha fatto il Governo ad incrementare le risorse riservate al Reddito di Cittadinanza e a introdurre correttivi per limitarne gli abusi.
Non c’è dubbio che questa misura ha attirato egoismi e approfittatori. Ma è altrettanto vero che ha avuto e avrà il merito di far crescere il valore del fattore lavoro. Per questo serve un approccio pragmatico, di progressiva correzione, un approccio riformista.
È questa la strada giusta per consolidare nel gioco sociale uno strumento concreto di riequilibrio socio-economico, per il contrasto alla povertà e per la crescita delle libertà e del benessere.
Parliamone senza preconcetti.

Default image
intervento
Articles: 296

Leave a Reply