«Il nuovo “fascismo” che ancora ignoriamo»

Democrazia messa a rischio soprattutto da chi nega l’appartenenza a vergognose esperienze storiche. Pandemia, crisi e quel nascente miscuglio sociale che neppure Mussolini avrebbe potuto immaginare. Populismo, totalitarismo integrale e la necessità urgente di un “antifascismo eterno”.

di Prof. Giuseppe Carlo Marino, storico, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, Presidente onorario dell’Anpi Palermo

A preliminare conferma del bizzarro titolo di questo scritto, appunto “il nuovo fascismo che ancora ignoriamo”, per la precisione aggiungerei che si tratta anche del fascismo che non riusciamo a vedere e che, per quanto sia fin d’ora inquietamente intuibile, non riusciremo a definire, e per molto tempo a temere. E questo è normale. Perché è normale, come fu in passato per quello storico di Mussolini, che il fascismo si mostri con un volto capace di produrre innumerevoli e ineffabili seduzioni (secondo il torbido catechismo dalle stigmate dannunziane elaboratosi fin dagli anni Venti del secolo scorso, l’estetismo del fare e del rischiare, l’azione per l’azione noncurante di ogni cinismo, l’irrazionalità creativa proposta quale alternativa ai limiti della ragione, gli ideali di grandezza e di forza a contrasto con la mediocrità del vivere per il mero soddisfacimento dei bisogni materiali, le passioni rinnovatrici e il progressismo futurista a sfida di ogni vecchiume, il patriottismo famelico di espansioni dominatrici, il coraggio temerario verso mete immaginifiche di potenza, la morale eroica del superuomo, l’ebbrezza dionisiaca e il gusto delle sfide a superamento, e a vergogna, della pavida e quieta ubbidienza alle regole del costume piccolo-borghese, persino la “giustizia”, individuale e sociale, a premio degli intraprendenti, dei meritevoli e dei temerari, ecc.).

Soltanto alla distanza, se non addirittura quando ormai era sovraccarica di se stessa e condannata allo sfinimento, la vaneggiante ideazione di principi, riti, comportamenti e stili di vita di un siffatto fascismo (che, in senso lato, e con non poca approssimazione, definirei “antropologico”) rese evidenti i suoi effetti disastrosi, infamanti anche per quelli che ne avevano subito passivamente le fascinazione.

Così avvenne nei luoghi di elezione di quella sorta di “fiera dell’irrazionalità”, in Italia e in Germania, dove i regimi fascisti erano riusciti a far vivere a moltissimi persino l’ebbrezza di essere diventati, appunto, portatori dei cosiddetti “valori fascisti”. Nell’immane disastro della guerra originata, sospinta e resa ferina, appunto, dall’esaltazione di tali immaginari valori, quei moltissimi dovettero infine prendere atto delle tragiche conseguenze della retorica fascista; e, se non ne pagarono personalmente il prezzo, non sempre ne restarono inorriditi fino al rimorso o al pentimento; più spesso si limitarono a rimuoverla dalla memoria, ancora, passivamente, a dimenticarla.

È quasi superfluo chiedersi se quegli stati d’animo, quelle farneticanti emozioni, potessero contenere dei fattori in qualche modo idonei a far ritenere l’ideazione fascista come una fonte di valori capaci di incidere profondamente sul tessuto sociale e di radicarvisi. È scontato che la risposta non possa che essere in partenza più negativa che problematica, essendo l’irrazionalismo, quanto a possibilità di stabile affermazione, sempre nient’altro che la scommessa perdente di congreghe molto minoritarie di fanatici e visionari. Eppure, se è molto dubbia l’esistenza di “valori” del fascismo (che siano, appunto, dei valori “valorizzabili” in un largo e stabile radicamento di cultura sociale), tuttavia è certo che esiste un’antropologia dei fascisti.

Quello indotto dal fascismo può immaginarsi come un orientamento valoriale consapevole (cioè riconoscibile anche come almeno presunta “cultura” e teoria politica) soltanto nei vaneggiamenti di quei pochi che ne siano gli interessati promotori e si dedichino all’impresa di renderne socialmente accettabile e coinvolgente la retorica; invece, per la gran parte delle masse che lo subiscano o se ne facciano condizionare rimane l’esito di un’accettazione passiva, assai approssimativa e precaria, a tal punto che solo raramente corrisponde a delle profonde e durevoli convinzioni personali: pur essendo ovvio che sia favorito da certe predisposizioni (esistenziali, sociali, di “classe” e di mentalità acquisita), si limita a essere poco di più di uno stato emozionale che può spegnersi con la stessa facilità con la quale qualcuno, dall’“esterno”, sia stato capace di attizzarlo.

Nei singoli casi riguardanti i comportamenti dei suoi seguaci, se ne potrebbe indicare quale prevalente manifestazione l’atteggiamento che ogni singolo fascista o sospettabile di fascismo normalmente tende ad assumere verso gli altri (specie nei confronti dei non-fascisti e degli antifascisti), l’atteggiamento che Theodor W. Adorno ha indicato come quello specifico della “personalità autoritaria”.

Tuttavia, paradossalmente, rimane sempre molto scarsa la capacità del fascismo di formare e radicare una reale cultura al di là dei contingenti stati emotivi e degli atteggiamenti aggressivi che le “personalità autoritarie” tendono particolarmente a esercitare contro “nemici” accusati di essere i responsabili delle loro difficoltà (per esempio in situazioni dell’ordine di una guerra mondiale o di una grave crisi economica). Il che (senza escludere ovviamente i molti casi individuali di opportunismo e di fanatismo) induce a considerare quanto sia stata in realtà assai limitata la “consapevolezza” del consenso ai regimi fascisti da parte di grandi porzioni di popoli di elevata civiltà e di diffusa passione per le arti e per il pensiero storico, per la filosofia e per la scienza, come quello tedesco o di pregnante versatilità umanistica e umanitaria come l’italiano e lo spagnolo, coinvolti in vario modo e in vario grado in stati emotivi di alienazione collettiva generatisi in situazioni contingenti della loro storia (trascinando persino dei grandi intellettuali, come un Heidegger e un Carl Schmitt in Germania o un Gentile e un Pirandello in Italia).

Molto di quel “consenso” era soltanto passivo e, crollati poi i regimi, per quanti ne avevano vissuto l’esperienza, si sarebbe aperta un’angosciosa fase di rinsavimento: spesso si sarebbe invocata come scusante proprio l’“inconsapevolezza” delle scelte compiute e sarebbe diventata una costante più auto-liberatoria che assolutoria il ritrarsene con la sensazione di essersi svegliati da un cattivo sogno o, per dirla con Benedetto Croce, di aver chiuso una brutta “parentesi” della loro storia.

Tenendo presente la specifica natura antropologica del fenomeno sulla quale anche qui si è finora insistito, Umberto Eco ha parlato e scritto di un “fascismo eterno”, per quanto non gli fosse ignoto, in verità, che nel concetto di Storia non è eterna la stessa storia e meno che mai lo sono le storie. Ma, pur accettando l’ipotesi secondo la quale certe tendenze di natura antropologica, se non “eterne” siano almeno stabili e reiterabili, e possono condurre ai fascismi; sembra più che ragionevole supporre che un eventuale nuovo fascismo di massa non potrà che riproporsi con altra prassi e assumendo un nuovo nome rispetto a quello storico del XX secolo.

Con altra definizione, con altro nome, potranno crearsi nuove correnti di un fascismo di fatto poco o niente istituzionalizzato in ben definite forme politiche autonome, un fascismo di cui sia persino possibile ipotizzare la convivenza con una parvenza di “democrazia”, tendente a realizzarsi principalmente in una dimensione antropologica di irrazionalismo, di tensioni ed esaltazioni emozionali e di comportamenti autoritari sia delle leadership che dei singoli attivisti (in primis l’attitudine alla violenza con una sua propria, pervertente “moralità dell’odio” esercitata contro gli avversari, siano pure avversari contingenti o soltanto presunti). Questo, nella misura stessa in cui il fenomeno possa evitare di riconoscersi come fascismo, e che addirittura neghi di esserlo, eludendo ogni confronto con vicende ed esperienze del passato date ormai come superate e definitivamente sepolte.

Invero, si potrebbe persino non dubitare del paradossale fondamento e, in linea di massima, della stessa buona fede di siffatte auto-negazioni, se si tiene conto della già accennata estraneità a una qualche coerente consapevolezza ideologica – quali che siano le presunzioni dei più fanatici, ancora convinti di ereditare in luciferina continuità il patrimonio “ideale” del fascismo storico – dell’eterogeneo popolo afferente a tali correnti neofasciste, un popolo normalmente costituito da individui di elementare o inconsistente cultura. C’è da credere che non moltissimi di loro, pur con tutta l’aggressività che possa nei fatti connotare “fascisticamente” i loro comportamenti, e con tutta l’estroversione razzistica della loro ripugnanza per i “diversi” e specialmente per gli immigrati di pelle scura, approverebbero sinceramente la Shoah o sarebbero favorevoli magari all’eugenetica, alla schiavitù per i “negri”, alla castrazione dei “diversi”, ai forni crematori per le decimazioni di massa degli avversari, a un “patriottismo” aggressivo orientato a fomentare guerre di conquista! Ovviamente, però, non è da sottovalutare il fatto che tali confusionarie e incoerenti correnti di plebeo irrazionalismo neofascista si stiano diffusamente sviluppando.

Da qualche tempo, specie in certi ambienti giovanili di periferia, e non solo in Italia, si sta sviluppando il fenomeno delle bravate e dei cori inneggianti al fascio e al duce, nonché l’esibizione di immagini e gadget del fascismo storico e l’uso provocatorio di parole e gesti del regime, un fenomeno che, a pensarci bene, potrebbe essere considerato alla stregua di un bullismo politico difficilmente arginabile con semplici divieti (dato che la tendenza, ben più che a eluderli, a sfidarli, sta di norma nello stesso divertimento dei bulli) e non eliminabile senza una corretta azione educativa che ne metta in evidenza la degradante incultura e, soprattutto, il grottesco e la stupidità.

Ma, lo si è appena rilevato sopra, sarebbe pericoloso, per la democrazia, sottovalutare i pericoli anche del “fascismo antropologico”, per quanto rozze, ridicole ed elementari possano esserne le espressioni. Addirittura il pericolo maggiore sembra essere oggi costituito proprio da quel fascismo che viene negato e stenta a riconoscersi in termini teorici. Esso appare come più inquietante, per la democrazia, del fascismo-fascismo che in qualche pattuglia di fanatici tenti delle riconferme in conati ideologici, vantando consapevolmente la sua fedeltà a quello delle origini. Proprio il fascismo meno ideologicamente consapevole rischia di diventare la forza materiale vivente, la larga base emozionale e comportamentale, di un’“inconsapevolezza” di massa nella quale degli improvvidi burattinai, dei demagoghi in gara per conquistarsi un ruolo carismatico, possono tentare di riannodare le file di una narrazione fascista, con aggiornata riproposizione, seppure in forme nuove, di ingannevoli pseudo-valori e di già sperimentate seduzioni.

Una siffatta “forza materiale”, per limitarci qui soltanto al caso italiano (però valutandone l’estensibilità almeno ad una vasta area europea, dalla Francia alla Polonia, passando per la Germania e per l’Ungheria) potrebbe già vedersi nel popolo della Lega di Salvini, forse ancor più che in quello della Meloni e nei suoi piccoli satelliti di Forza nuova e di CasaPound, paradossalmente perché in quest’ultimi prevale la consapevolezza di un rapporto non negato, bensì addirittura ricercato e rivendicato, con il fascismo storico. Infatti, la Meloni e i suoi satelliti costituiscono certamente il neofascismo (a suo modo persino “leale” con i suoi patetici richiami al duce e al sogno di una più grande Italia!) che è quello che ci aspetteremmo nell’eventualità che riuscisse ad affermarsi diventando governo e sistema-Stato. Invece, niente, neppure un nome adeguato alla definizione del fenomeno, è dato prevedere per gli sviluppi ai quali va incontro quella caotica forza materiale di massa trascinata dal leghismo e anche, va detto, da quel che rimane di certe ineffabili correnti emozionali del movimento grillino.

Si tratta, appunto, del fascismo che ancora ignoriamo; ed esso pone un tema importante, agli antifascisti, per una nuova narrazione in progress – al di là di quelle classiche sul passato meritoriamente elaborate da un’abbondante storiografia – circa i concreti sviluppi del “fascismo antropologico” in nuove forme sociali e politiche fasciste, già intuibili ai nostri giorni, che neppure un Mussolini ai suoi tempi sarebbe riuscito ad immaginare.

Valutare adesso i pericoli per la democrazia dei suddetti più che ipotizzabili sviluppi è una riflessione da condurre non in astratto (magari con un rinvio al “fascismo eterno” di cui parla Umberto Eco) e meno che mai limitandoci al tentativo di interpretare – ovvero, meglio, di divinare – le direzioni di marcia delle varie espressioni del suddetto “fascismo antropologico” inseguendone le quasi quotidiane complicazioni tramite le sigle di “partiti” e movimenti la cui fenomenologia è sempre più connotata da un’instabilità che li rende assai diversi dai partiti e dai movimenti che li avevano preceduti nel secolo scorso, allora idealmente e ideologicamente ben riconoscibili, e definibili – con l’ormai scomodo linguaggio novecentesco – nella dinamica dello scontro tra “destra” e “sinistra”. E, affinché la valutazione dei pericoli sia conforme alla loro gravità, non è sufficiente circoscrivere l’attenzione alla contea italiana.

Piuttosto, occorre tenere presente l’orizzonte mondiale che si è soliti indicare come “globalizzazione” (perlomeno come universale strategia “globalizzante”, scontate le sue disomogeneità e le sue interne contraddizioni), i cui caratteri di “rivoluzione del XXI secolo” sono ormai evidenti, anche se non se ne è ancora acquisita la piena consapevolezza: un processo rivoluzionario in corso (che ha avuto quale prima grande vittima il cosiddetto “socialismo reale” dell’Unione sovietica) la cui forza propulsiva è da vedersi nell’alleanza tra l’economia e la tecnologia a scapito soprattutto della politica, nonché a ridimensionamento del senso delle tradizionali “libertà” e della democrazia alla quale siamo stati abituati.

Si tratta di un processo che sta stravolgendo nel profondo la morfologia delle società rendendo sempre più inconcepibili e desuete le antiche distinzioni di “classe” (aristocrazia, borghesia, proletariato, ecc.) al cui uso critico-dialettico, a “sinistra”, ci aveva istruiti e assuefatti il marxismo cioè, per dirla con Gramsci, la “scienza della prassi”. C’è persino da chiedersi – ovviamente non senza turbamento per il vacillare di consolidate visuali della storia – se una rivoluzione coincidente con il capitalismo della globalizzazione non stia determinando proprio quella liquidazione delle “classi” che la teleologia marxista contemplava quale esito di un finale, mitizzato avanzamento del socialismo nel comunismo.

Sta di fatto che oggi – essendo ormai in fase di liquidazione gli assetti sociali novecenteschi delle cosiddette società industriali (e il marxismo proprio nel campo ed entro il dinamismo di tali società aveva appunto elaborato la sua dottrina e attivato la sua conseguente prassi di lotte per il “superamento” dell’esistente verso i futuri traguardi socialisti) – continuare a parlare di “borghesia” non è meno difficile che continuare a parlare di “proletariato”.

Nel quadro delle cose italiane, per un verso ci si accorge che quel largo ceto sociale che un tempo si chiamava “proletariato” si è da tempo dissolto, fino quasi a smarrirne una corretta memoria; per un altro verso, si osserva che va crescendo, a sua impropria sostituzione, l’onda di un popolo inclassificabile, di un popolo per il quale non si può proporre altra definizione se non la generica parola “popolo”. Quest’ultimo, è costituito – ancor più che dai poveri-poveri “esclusi” del tutto dai vantaggi del sistema e dai lavoratori in sofferenza nei numerosi settori produttivi nei quali lo sfruttamento è rilevantemente aumentato con scarso impegno difensivo dei tradizionali sindacati – da una miriade di “impoveriti” dai cambiamenti in corso o di individui che, per svariati e non unificabili motivi e stati di fatto, non si rassegnano ad una condanna alla marginalità e temono (soprattutto nel mondo del lavoro autonomo, dei servizi e della piccola imprenditoria) che la loro “esclusione” possa essere prossima e irrecuperabile. Intanto, in un siffatto popolo infelice si rattengono a stento le istanze di rivolta, ancora controllate entro i canali delle proteste legalmente consentite contro politici, finanzieri, magnati, intellettuali asserviti, contro ingiustizie nella distribuzione di risorse e ricchezza, contro arroganze del potere, discriminazioni, esosità della tassazione, inquinamenti e attentati alla salute, corruzione istituzionalizzata.

Era inevitabile che tutto questo accadesse. Da alcuni decenni ormai, perlomeno dagli anni Ottanta del Novecento, tutti i fattori di instabilità e di precarietà influenti sulle condizioni normali e su quelle minime del vivere decorosamente risalgono alle trasformazioni indotte dagli sviluppi crescenti di una rivoluzione strutturale che si espande dal mondo specifico dell’economia all’intera società, tramite i processi di de-industrializzazione; processi, che sono all’origine di una crisi il cui superamento è rimesso alle incerte potenzialità di una radicale riconversione-innovazione delle forme di produzione e di scambio sviluppatesi nella lunga età di quella che era stata la “rivoluzione industriale”.

Poi, di recente, come ben sappiamo, la pandemia è esplosa a bloccare o a complicare gravemente tali processi, facendo crescere in Italia di almeno un milione di unità (secondo i dati Istat) il numero dei cittadini caduti in “povertà assoluta”, in aggiunta ai cinque-sei milioni già calcolabili in precedenza: un universo sofferente, nel quale gli indigenti cronici di lunga condizione convivono con lavoratori improvvisamente caduti nella disoccupazione e persino con ex-benestanti del recente passato, travolti da fallimenti o da insostenibilità dei costi aziendali, con impreviste espulsioni dai mercati.

Sono sempre più evidenti le differenze rispetto al passato della dinamica sociale che si svolge in tale universo: in esso, non di rado gli antichi conflitti tra padroni e operai tendono a trasformarsi in conflitti tra ex-operai già diventati negli anni dello sviluppo piccoli imprenditori e piccoli imprenditori adesso regrediti allo stato di lavoratori salariati e precari; oppure a comporsi in improvvisate solidarietà corporative, al segno di convergenti, condivise proteste contro i poteri finanziari e l’establishment politico.

È certo che alle masse organiche del vecchio linguaggio marxista (articolate e definite soprattutto in base al criterio della collocazione degli individui nel sistema produzione-lavoro) sta subentrando un eterogeneo miscuglio sociale in cui si stanno dissolvendo classi e ceti dell’antica morfologia sociale. Ed eccoci al punto centrale di questa nostra, un po’ allarmata, riflessione sul fascismo che ancora ignoriamo; un punto che è centrale anche per aprire un discorso su quel che forse ci serve per impostare un nuovo antifascismo.

È proprio quel miscuglio di collettiva “inconsapevolezza”, radicalmente a-ideologico, intenzionalmente avverso – a seguito sia di delusioni e diffidenza, sia di insufficiente cultura – a fedi, ideologie e militanze, ciò che costituisce il materiale sociale e l’alveo di elaborazione e di esercizio dei comportamenti fascisti o similfascisti.

Si tratta, appunto, di quella “forza materiale vivente” che si è già indicata pocanzi come costitutiva del fascismo antropologico. Il suo collante principale, al di là delle interne diversità, è l’odio comune contro quanti siano avvertiti, a torto o a ragione, come dotati del privilegio di stare dall’“altra” parte. Le ambizioni dei demagoghi (che purtroppo sono stati sempre largamente presenti nella storia) fanno presto a riconoscerlo come il campo ideale per conquistarsi credito e possibile “carisma” con i promettenti messaggi, appunto, di una paradossale ideologia a-ideologica qual è il populismo, le cui estroversioni autoritarie (per quanto possano persino manifestarsi nella forme accattivanti di una generica volontà di rendere al popolo dei servizi salvifici e intensamente giustizialisti) sono in agguato e traducibili in corrispondenti ordinamenti di regime.

L’azione ufficialmente rinnovatrice promossa al segno del populismo tenta di conquistarsi la dignità di un progetto politico “neocostituente” coltivando il mito ingannatore della cosiddetta “democrazia diretta”, in luogo della “democrazia parlamentare” stigmatizzata quale obbrobriosa arena di parassiti, privilegiati, ladri e corrotti-corruttori. A dispetto dall’esibita estraneità all’ideologico, in tale progettualità populista non si afferma una qualche tendenza alla criticità e alla “laicità” del pensare; semmai, invece, una sorta di neopaganesimo delle emozioni che tende ad esprimersi, intorno a nuovi idoli o a singoli capi “carismatici”, con luoghi comuni, giudizi sommari e arroganti, slogan gridati, talvolta applausi agli “amici”, più spesso imprecazioni e invettive contro i “nemici”.

Dell’intero fenomeno c’è una così larga evidenza sia nelle piazze reali sia in quelle virtuali del web, da fornire un quadro di pericoli per la democrazia più che sufficiente per comprendere quanto oggi l’antifascismo sia coincidente con l’antipopulismo, scontato il fatto che, a voler ancora usare una terminologia novecentesca, un “populismo di sinistra”, e meno che mai marxiano, è del tutto inconcepibile (il “popolo” di cui parlavano frequentemente anche i Gramsci e i Togliatti rispondeva a ben altro concetto, a ben altri riferimenti sociali e culturali!) mentre è del tutto certo il suo contrario. Un contrario molto inquietante, per il quale non è dato sapere entro quali termini ci si possa limitare a definirlo semplicemente di “destra”, considerando che, molto al di là di ogni “destra” ufficiale, sia il mussolinismo che l’hitlerismo, e poi platealmente il peronismo, si impiantarono e prosperarono su un terreno populistico.

Contro siffatti pericoli, sono da riconoscere come alte espressioni del migliore antifascismo le battaglie politico-culturali condotte dall’Anpi per la difesa della Costituzione (dall’opposizione al tentativo Renzi-Boschi, al più recente al cosiddetto “taglio dei parlamentari”), sempre che, di tali battaglie, siano ben compresi il senso profondo e l’orientamento strategico, non vincolati a un mero conservatorismo istituzionale: non si tratta, infatti, di salvaguardare a ogni costo quella o questa norma particolare della Costituzione per un pedante gusto del passato, bensì di preservare il futuro della democrazia italiana, di volta in volta bloccando i tentativi di sconvolgerne l’originario impianto antifascista con il pretesto di “aggiornarlo”, da parte di un insistente demagogismo populista che potrebbe aprire la strada ad imprevedibili regimi.

Detto quanto sopra ed estendendo di nuovo lo sguardo al panorama internazionale, è piuttosto facile avvedersi dei processi disgregativi della democrazia (vistosissimi quelli recenti in Usa, segnati dalla violenta aggressione di massa al Congresso, con l’ex presidente Trump a guida mondiale dell’agitazione populista) che stanno generando nuovi pericoli, paradossalmente proprio all’interno dei progetti di “rinascita” dai disastri provocati dalla pandemia, pericoli di potenziali nuove forme di fascismo sui quali sarebbe opportuno che gli antifascisti concentrassero l’attenzione.

Per l’Europa, i nuovi pericoli si colgono nelle stesse linee progettuali-strategiche sulle quali è stato costruito e viene proposto all’attuazione il cosiddetto Recovery plan che, secondo la lettera delle intenzioni ufficialmente professate, è l’entusiasmante ideazione di un nuovo Eden di salubrità, bellezza e di alta qualità della vita per tutti in un ambiente in cui sarà più facile e gradevole respirare: dunque, transizione ecologica, transizione digitale, riforme.

In particolare, mentre le riforme sono poco più di un’“araba fenice” e la transizione ecologica per salvare il pianeta dall’autodistruzione rimane un enigma aperto alle più svariate ipotesi di soluzione, per quanto riguarda la “digitalizzazione” già se ne conoscono alcune conseguenti modalità con il cosiddetto smart working e i nuovi stili di comportamento imposti o consigliati, tutti funzionali a un individualismo produttivistico ad alta definizione, conforme a innovative condizioni di ubbidienza ai sistemi regolati dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale, nonché a un intensivo sfruttamento del lavoro e dei lavoratori che, oltre tutto, gravano come minaccia mortale su ogni forma di tradizionale socialità e comunitarismo. Ne trarranno immediato vantaggio, in termini di riduzioni dei costi e di ammodernamento o di riconversione produttiva, certamente ai fini dei profitti, le grandi aziende e agenzie di un nuovo sistema capitalistico iscritto nell’orizzonte benefico della cosiddetta “green economy”.

È, in pratica, quel che serve a una nuova fase della “rivoluzione” che stiamo vivendo. Una rivoluzione che non prevede, non ammette ed esclude ogni ipotesi di opposizione. Come se ne potrebbero infatti contrastare, per dirla con il nostro Leopardi, le “magnifiche sorti e progressive”? Come rifiutarne i mirabolanti progressi che con sempre maggiore velocità sta realizzando, senza accettare una condanna all’arretratezza culturale e a un meschino e bigotto reazionarismo? No, non è possibile e sarebbe degradante, oltre che ingenuo, non capirlo.

Ma, di contro, sarebbe necessario un collettivo oscuramento di ogni capacità critica per non accorgerci del fatto di avere anche a che fare con il più avanzato e radicale progetto di totalitarismo integrale che gli sviluppi del capitalismo organizzato potessero concepire.

Non è, questa qui rilevata, una contraddizione di poco conto, soprattutto se si considera quanto gravi siano, in ogni forma totalitaria (con ancora maggiore danno in quelle che riescono ad affermarsi come egemonie a tal punto da conseguire un generalizzato giudizio di ineluttabilità e di progressismo) le conseguenze per le libertà individuali e, quel che più conta, per il libero sviluppo sociale del pensiero critico.

La retorica che sta montando per immaginare una rinascita dai disastri della pandemia – che, in Europa, fa capo al Recovery plan, meglio denominato, enfaticamente, NextGeneration EU) – appartiene alla progettualità di tale nuovo totalitarismo nel cui orizzonte egemonico, come si è qui già rilevato innanzi ed è opportuno insistere, la “rivoluzione del XXI secolo” sta avanzando, mossa da un motore costituito dall’alleanza tra la tecnologia e l’economia, un’alleanza che tende a rendere ancillari, subalterne, la politica e la stessa scienza (la quale è in sé e per sé libertà, al contrario dell’utilità-necessità che connota la tecnologia).

È urgente, di una siffatta imperativa alleanza, cogliere le minacce di regressione, oltre che per le libertà individuali, per le sorti di una lunga tradizione civile fondata sulla cultura dell’humanitas e del “pensare storicamente” ovvero del pensiero critico.

Ne va di mezzo addirittura la sorte della civiltà umana, con la ricchezza delle sue vitali contraddizioni e imperfezioni, di fronte all’avanzata uniformante e “anonimizzante” dell’intelligenza artificiale.

Si pensi, tanto per fare un esempio delle minacce già in atto, al successo per adesso soltanto sperimentale di strumentazioni tecnologiche che consentiranno di leggere direttamente dal cervello e di tradurre in parole scritte, via via che vengano elaborati, i pensieri della gente: si apre così la strada alla fine di ogni riservatezza, di ogni interiorità del pensare, e ovviamente al controllo (che potrebbe essere anche un controllo pubblico, politicamente organizzato) di quel che sta pensando ciascun essere pensante. Certo, così, non saremmo molto lontani dalla piena attuazione delle profezie già formulate da George Orwell quando ancora i dati reali dello sviluppo tecnologico a disposizione della nostra immaginazione erano molto meno numerosi di quelli di cui oggi usufruiamo.

Nel prossimo verdissimo Eden che ci si prospetta, tenderà comunque a crescere un fenomeno di fiduciosa acquiescenza alle suggestioni e ai diktat indiscutibili del progresso tecnologico (con un riscontro immediato nella vita quotidiana, nei gusti e nei comportamenti, e con conformi spinte ai consumi richiesti e indotti dal sistema produttivo), ampliando quell’orizzonte ufficialmente a-ideologico di “inconsapevolezza collettiva” nel quale sono prevedibili i nuovi fascismi che per adesso sfuggono alle definizioni.

Nella prospettiva della società di cui si enfatizzano le novità benefiche avviando la formazione di un mondo nel quale sempre più la politica sembra destinata a dipendere dall’economia e la scienza dalla tecnologia è facile temere che la democrazia si riduca inesorabilmente ad una vuota definizione con il conforme risultato di ridurre a mera formalità il richiamo alla volontà popolare, a vantaggio di leadership demagogiche a loro volta funzionali alle capacità manipolatorie di “poteri forti” che, per la loro stessa natura, si sottraggono al controllo democratico.

È fuori discussione che l’allarme appena espresso possa ritenersi parte di una riflessione piuttosto complessa, un po’ pessimistica e sofisticata. Ma induce gli antifascisti ad acquisire la consapevolezza necessaria per “aggiornare”, ovvero ricondurre alle esigenze dei tempi incalzanti, il loro antifascismo.

Oggi preoccuparci del destino delle libertà salvando in ogni forma il futuro della democrazia (che è l’unico sicuro antidoto disponibile contro i fascismi) e il futuro del pensiero critico (ovvero del pensare e fare storia dell’uomo per l’uomo) a fronte dell’efficienza invasiva dei robot, sta diventando molto più conforme a una moderna strategia di vasto orizzonte dell’antifascismo che continuare semplicisticamente a temere il ritorno delle svastiche e delle aquile di Hitler e Mussolini e molto più urgente dell’impegno, pur opportuno, di contrastare il grottesco bullismo filofascista di un qualche migliaio di giovinastri tatuati che schiamazzano e provocano facendo il saluto romano. Né, rinserratici nel rifugio delle nostre gloriose memorie resistenziali, potranno ancora troppo a lungo rassicurarci, e darci la certezza di una trasmissione generazionale di valori irrinunciabili, i fazzoletti del nostro tricolore al collo e la soddisfazione per il fatto che a moltissimi, in Italia e nel mondo, piaccia ormai cantare “Bella ciao”.

Dinanzi agli avanzanti cambiamenti dei tempi occorre un atteggiamento che non sia soltanto retoricamente “memoriale” e neppure meramente difensivo con il rischio di cadere nel reazionarismo: sarà il caso di tenere il passo con gli sviluppi progressivi della tecnologia nel nuovo mondo che si va costruendo e di apprezzarne i vantaggi offerti alla nostra vita e alla civiltà; però tentando di individuarne in anticipo i processi degenerativi antidemocratici e i mostri disumananti e, di volta in volta, combattendoli, specie intensificando – sia nelle scuole che nei più vari luoghi di aggregazione e nel web – il lavoro educativo sulle nuove generazioni. In altri termini, a voler dare un’idea generale e sintetica di una continuità creativa e di lotta segnata dalla fedeltà alla memoria e ai valori della Resistenza, si potrebbe dire, con parole suggerite da Umberto Eco, che occorre opporre al “fascismo eterno” un “eterno antifascismo”.

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