Il mondo poetico di Verga

Gli ultimi decenni dell’800 vedono, in un clima generale di reazione anti romantica, la fioritura di una schiera di poeti e narratori naturalisti e veristi. Com’era avvenuto per la filo­sofia che Platone aveva fatto scendere dal cielo sulla terra, così la letteratura abbandona le sfere dell’idealismo più astratto, dei bei sogni romantici, dei vagheggiamenti sentimentali e prosastici per prendere coscienza di un mondo reale, forse più prosaico, ma certo più genuino e vero.

Verga, scrittore italiano, bene s’inserisce in questo filone, di cui accetta i canoni riservandosi però larga autonomia di realizzazione. È un verista il Verga, con alle spalle una cultura naturalista, ma la sua voce non la si può confondere con quella degli pseudo poeti del suo tempo. Il movimento del verismo gli poteva offrire il mezzo per chiarire le sue naturali inclina­zioni, gli poteva essere d’aiuto per formulare un suo indirizzo di poesia, ma oltre a ciò la scuola non poteva estendere la sua influenza. Anzi, il Verga è grande perché ha saputo dire di no, a un certo punto, a certe direttive estremiste e negatrici della poesia, che erano nello statuto verista. Il criterio dell’impersonalità, ad esempio, se accettato fino alle sue estreme conseguenze, doveva ridurre l’opera a una trascrizione fredda, arida, distaccata di una realtà oggettiva e lontana, paragonabile al resoconto impersonale dello scienziato, al quadro clinico lucido e minuzioso del medico. Il Verga, invece, pur non invadendo mai la scena dei suoi romanzi con una presenza troppo sco­perta, pur evitando di prestare i propri sentimenti e i propri pensieri alla turba dei suoi personaggi, è presente in ogni pa­gina, in ogni riga. Non è retorica questa, non è neanche la ripetizione meccanica di un giudizio appreso dallo studio di qualche saggio. La mia affermazione trova conferma invece nel1’ansia trepida con cui egli accompagna i suoi “umili”, nella simpatia che a essi lo lega, nelle note e nei ritmi delta musicalità cadenzata, pacata, un po’ triste. La scelta stessa dell’argomento e della categoria dei protago­nisti, è. segno non di una sua passività e impersonalità, ma di una sua presa di posizione decisa e chiara. Non i vincitori sono quelli cui va il suo interesse, ma i vinti, quelli che l’onda stende sul cammino e risucchia, quelli che piegano il capo nel riconoscimento della loro sconfitta. Non una folla reietta di individui che sta al margine della società per le sue obiezioni, la sua bassezza morale è il centro dello studio e dell’interesse verghiano, ma un mondo sano, rigoroso, con la sua moralità primitiva, ma salda e robusta. Questo mondo egli lo trova nella sua Sicilia, dopo che per tanti anni sembrava averlo rinnegato. Ma la società milanese, colta, raffi­nata, elegante, maliziosa e luminosa lo aveva stancato, nauseato. L’uomo che aveva fatto tante esperienze e di tutti i generi, l’uomo, insomma, “vissuto” ed esperto sentì il bisogno di ritornare al mondo della sua infanzia, della sua terra.

È un ambiente quello primitivo, rozzo, in cui i fermenti delle esigenze nuove entrano, quando entrano, travisati e immi­seriti; eppure tra quella gente ignorante egli trova custoditi quei valori che prima aveva ignorato, ma che adesso apprezza valorizza: la religione della famiglia e del focolare, la fede tenace nell’onore da conservare a ogni costo, il rispetto per un’onestà naturale, superiore all’onestà spesso cavillosa e for­male della legge, la genuinità di una sapienza popolana in cui si condensa sotto la veste di massime e proverbi, la saggezza di intere generazioni. Le figure che risultano dalla rappresentazione verghiana sono grandiose, hanno un che di sacro, di sacerdotale, degne direi di un poema epico. Tra queste è Padron ‘Ntoni il capo della famiglia Mala­ voglia, la quercia gigantesca che non si piega ai colpi della sventura. Sa che legge della vita è il dolore e l’affanno, che il mondo è dominato da una fatalità che non lascia tregua, ma non scende a compromessi, non pensa ad evasioni, non ri­nuncia alla sua dignità per assaporare un po’ di gioia proi­bita e per porre un po’ di tregua alla sua sventura. Accetta la legge del vivere, soffre, ma continua a procedere sulla strada del dolore. È saldo, incrollabile, eppure non ha fede in qualcosa di trascendente a cui ancorarsi. Non ha acutezza religiosa di un premio futuro, come il Renzo e la Lucia manzoniana, ma · i valori naturali in cui crede sono sufficienti a indirizzarlo nelle sue azioni. Nella poesia verghiana che è corale, non c’è personaggio infatti che viva di vita autonoma, e ognuno c’è in quanto a sostenerlo dietro di lui c’è tutto un mondo che vive e parla: possono essere i commenti pettegoli delle comari, la comprensione che non è però esente da frecciate, che feriscono, dei compaesani; nel complesso è insomma l’aria del paese che si respira, la coralità della vita che i popolani conducono che viene trasportata nell’opera. E la tecnica espressiva del contenuto è quella dei veristi: linguaggio popolare intervallato a immagini prese dal mondo paesano, piatto, a volte addirittura monotono, proprio per lo sforzo di una aderenza sempre più completa anche al modo espressivo e lessicale dei suoi personaggi.

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