Il linguaggio e la comunicazione

Sempre più approfonditi studi hanno determinato che c’è un lessico per ogni professione e come questo tende sempre più a insinuarsi in quello di altre professioni. Questo è un fenomeno linguistico quasi naturale ma quando si tratta di quello giornalistico allora trattiamo del “tutto” e del “niente”. Il giornalista è, di fatto, certamente l’unico che è autorizzato a utilizzare il lessico che ritiene più adatto per la trattazione dello specifico argomento. Egli usa il termine giuridico, attinge dal linguaggio economico, adopera e rende comprensibile, il più delle volte, quello politico, rende accessibile la complessa terminologia sindacale e oggi, come non mai successo prima, rende interpretabile il “dire” scientifico e specie quello medico. Infatti le locuzioni tipiche della medicina, specie oggi che viviamo questo doloroso momento di “Pandemia”, il giornalista è diventato il coniatore del linguaggio “nazional-popolare”, la voce gergale dello standard popolare oltre che il comunicatore-traduttore di quelli che altrimenti sarebbero, per i più, incomprensibili significati.

Questo spiega perché il giornalista ha introdotto il cosìddetto linguaggio settoriale, soprattutto perché non è facile interpretare quelle voci gergali che sono entrate, non regimentate, di prepotenza a far parte della lingua nazionale.

I “francesismi” o “inglesismi” di moda si sono introdotti soprattutto attraverso linguaggi tecnicistici che i media ne hanno favorito l’introduzione più per esigenze editoriali che per necessità di comunicazione.

Dobbiamo riconoscere che oggi viviamo un momento in cui sono crollate o stanno crollando le regole della collocazione “logico-alfabetica” delle parole e delle frasi nella “pagina degli scritti”. Stiamo assistendo, forse inermi, alla  replica di quella che fu la moda linguistica del periodo post industriale perché stranamente, come allora, si è preso a usare il termine con particolare attenzione all’onomatopeismo più che alla cacofonia.

Questo, ovviamente, giustifica i giornalisti che fanno uso di alcune accezioni che facilitano la comprensione dei concetti regolarizzando, per quanto è possibile, il rapporto lessicale esistente tra i più svariati ordini di categorie.

Dunque il linguaggio dalla carta stampata, quello radiofonico e quello televisivo assume sempre più l’impegno di uniformare la lingua. Torna a questo punto l’esigenza di analizzare e seriamente, l’intersecazione tra la lingua italiana e quelle straniere che in un’epoca di globalizzazione determina il mondo della comunicazione.

Qui ritengo opportuno riportare quanto scritto dal giornalista e sociologo Luigi Pistone nel saggio “La Stampa dall’Unità al ’900  tra lingua, cultura e politica”: «L’informazione ci inonda ogni giorno  di notizie attraverso giornali, riviste, quotidiani e strumenti di comunicazione di massa» e conclude con una particolare  attenzione alle figure di spicco di giornalisti lucani che «hanno contribuito a lasciare il segno nell’evoluzione del mondo giornalistico».

L’esortazione dunque è che occorre un gran salto culturale nel campo della informazione che potrà molto contribuire alla qualità del gergo nazional-popolare.

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Caterina Laurita
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