“Il divino Pietro Aretino”

Pietro Aretino – il cognome ci è ignoto, perché egli volle sostituirlo col soprannome derivato dalla città natale – nacque il 25 aprile del 1492. Fece le sue prime prove di scrittore a Perugia, poi nel 1517 si recò a Ro­ ma, dove si acquistò rapidamente una grande fama come autore di versi aspramente satirici (le pasquinate); ma per aver esagerato in violenza satirica e oscenità, dopo alterne vicende, dovette lasciare la città papale. Riparò allora presso Giovanni dalla Bande Nere, accanto al quale si trovò anche nella tragica giornata di Governolo. In quest’amicizia per il grande condottiero ci si rivela il lato migliore della personalità dell’Aretino, il culto per la virtù umana che, da . vero figlio del Rinascimento, egli sapeva riconoscere ovunque gli avvenisse di incontrarla. Non per caso le pagine più nobili che egli ci abbia lasciato sono quelle della lettera a Francesco degli Albizzi, scritta il 10 dicembre 1526, pochi giorni dopo la morte di Giovanni dalle Bande Nere. Nel 1526 giungeva a Venezia, dove sarebbe rimasto fino alla morte (1556), e nella città lagunare, servendosi con spregiudicatezza ma anche con avvedutezza della penna per lodare, minacciare, oltraggiare, seppe conquistarsi un’immensa popolarità, una fama grandissima e una potenza di cui oggi non facilmente possiamo renderci conto. Non gli si deve credere quando afferma di agire per il trionfo della virtù contro le prepotenze dei principi; egli agiva per il proprio tornaconto, e la libertà che invocava non era che la sua personale libertà di fare il proprio interesse. Eppure bisogna riconoscere che egli amava circondarsi di uomini d’ingegno – fu amicissimo di Tiziano e di Andrea Sansovino -, che molto si adoprò per loro e che effettivamente contribuì non poco a fare di Venezia un libero mercato artistico e letterario.

Il costume di elargire lodi o minacciare ricatti per ottenere ciò che considerava fosse dovuto a lui e ai suoi amici mostra che era un uomo scarsamente dotato di senso morale; a comportarsi così, però, egli era indotto sopra tutto dal poco conto in cui teneva le resistenze morali dei suoi simili. Anche per questo si è parlato qell’Aretino come di un gior­ nalista pronto a intuire gli umori della gente, ad assecondarli e a sfrut­ tarli senza nessuno scrupolo. In questo giudizio c’è del vero, ma occorre pur riconoscere che quel giornalista aveva un autentico temperamento d’artista, e che se troppo spesso gli umori e i pretesti  del  giornalista furono d’ostacolo alla sincerità senza la quale anche le migliori doti d’ar­ tista sono destinate a essere avvilite, dentro certi limiti essi giovarono proprio  a fargli trovare  le vie  dell’arte.

Quando nel 1537 decise di pubblicare il primo libro delle Lettere, l’Aretino ebbe un’esatta intuizione dei gusti del pubblico, ma fu sopra tutto guidato dalla nozione delle sue migliori doti di scrittore. Vennero poi gli altri libri -il secondo nel 1542, il terzo nel 1546, il quarto nel 1548, il quinto nel 1550, il sesto postumo nel 1557 – e se non ebbero tutti l’enorme fortuna del primo, le ragioni sono da cercare, oltre che nel mutare del gusto dei lettori, nel moltiplicarsi sul mercato librario di raccolte di lettere che, diverse nello stile e negli intenti, ebbero tuttavia non piccolo incentivo da quel suo modo di costruire un epistolario non più alla maniera degli umanisti, con studiata coerenza culturale e psicologica tra lettera e lettera, ma abbandonandosi tutto all’estro. L’occasionalità dei pretesti comportò monotonia e, peggio, pesantezza e trivialità, ma gli con sentì di svolgere liberamente gli spunti che più gli erano congeniali, mentre la misura breve della lettera nei momenti migliori lo salvò dall’insistere stucchevolmente nelle sue trovate, come gli avvenne in troppe altre sue opere.

L’Aretino era un sensuale e un visivo, portato a godere della vita co­ me di uno spettacolo; nuocerebbe pertanto cercare il nucleo vitale .delle Lettere al di là di quella sensualità che si manifesta diversamente ma seinpre prepotentemente, sia quando l’autore confida a Sebastiano del Piombo la sua tenerezza per la prima figlia, sia quando celebra cibi gustosi o descrive, da degno amico di Tiziano, il Canal Grande visto dalla sua casa. E l’uomo sulla cui scostumatezza furono  pronunciate,  non  a torto, parole  severe, per questo suo amore della vita sapeva trovare una serenità idillica che riesce a volte ·più persuasiva di tante lambiccature dei puri letterati. La lettera  con la déscrizione dell’esistenza serena che poteva condurre lo scultore Simon Bianco è nel suo genere uno dei brani più  belli  che la  letteratura  cinquecentesca  ci possa  offrire.

Certo ben più frequenti, e tali che infastidiscono il lettore, sono le lettere in cui egli si vanta della propria potenza  e dei metodi  coi quali se l’era costruita; eppure anche in queste talora sa essere di una improntitudine così franca che non muove indignazione se non in chi giudica con un moralismo  da ipocrita. Del resto nelle  sue compiaciute vanterie c’era almeno la vaga coscienza, se non la consapevolezza,  d’aver contribuito non poco all’affermazione di una letteratura volgare  assai diversa da quella aristocratica e classicistica dei decenni precedenti. Per questa coscienza e per l’esuberanza stessa del suo temperamento, egli provava sincera insofferenza per i pedanti e teorizzava, non del tutto a torto, una poetica della naturalezza e dell’originalità, della quale leggendo le Lettere bisogna sempre tener conto: una poetica che egli espresse più volte, e sopra tutto in una lettera del 25 giugno del 1537, indirizzata prima a Nic­ colò Franco e poi, dopo la rottura con quello, a Ludovico Dolce.

Meno interessanti sono le numerose opere di argomento sacro (Para­ frasi sopra i sette Salmi de la penitenza di David; i Quattro libri de la umanità di Cristo; Genesi; Vita di Maria Vergine; Vita di Santa Caterina Vergine; Vita di san Tomaso d’Aquino), che egli compose tenendo conto dei gusti e delle esigenze di un pubblico culturalmente poco qualificato. Negli stessi anni, del resto, egli veniva componendo opere profane dalla materia ben diversa: il Dialogo delle corti (1538), le vivaci Carte parlanti (1543) e le sconcissime Sei giornate (1534-1536), in cui, nonostante imperdonabili eccessi, si leggono pagine che, con alcune delle commedie, ci danno la misura  della più sincera vena dell’Aretino.

Il successo dell’Aretino era il successo di una nuova figura di letterato. Pietro non aveva cultura umanistica e se ne vantava; pur avendo un amore vivissimo della parola, badava sopra tutto a intuire e soddisfare i gusti di un vasto pubblico. Il suo esempio fece scuola e molti altri come lui, trascurando i severi studi umanistici e appoggiandosi alle fiorenti tipografie, diedero il loro contributo a una letteratura di consumo che costituisce il fatto più significativo dei decenni intorno alla metà del secolo. Evidenti sono gli aspetti negativi del fenomeno: il livello culturale si abbassa, poche sono le opere di buona o notevole qualità. Con l’opera dei poligrafi,  dei letterati associati ai tipografi, tuttavia  si realizzava  una  più  ampia  diffusione  della  cultura  e  diventava  definitivo  il trionfo della lingua e della letteratura volgare che per la prima volta tentava di procedere di per se stessa, senza l’ausilio delle letterature classiche. Alcuni scrittori impararono dall’Aretino solo gli aspetti deteriori del mestiere, come Niccolò Franco (1515-1570), che con più modeste doti cer­cò di ricalcarne le orme come professionista dell’adulazione e del ricatto. Ma ben più numerosi furono i letterati che, pur usando della cultura come d’uno strumento di guadagno , si misero al servizio dei tipografi  come correttori di testi, traduttori di classici, compilatori delle più diverse opere erudite. Non furono uomini di eccezionali qualità e si mostrarono anche troppo arrendevoli alle necessità del mestiere; però la funzione che si assunsero rispondeva a reali  esigenze  non  solo  del mercato  librario ma della nuova situazione culturale. Basti ricordare alcuni nomi: Antonio Brucioli (morto nel 1556), Lodovico Domenichi (1514 circa-1564), Gi rolamo Ruscelli (morto nel 1566), Dionigi Atanagi (1510 circa-1573), Ludovico Dolce (1508-1568), Francesco Sansovino (1521-1583), che con un lavoro febbrile commentarono scrittori latini e volgari, tradussero opere latine classiche e umanistiche, compilarono repertori enciclopedici, raccolsero rime, lettere, orazioni, scritti satirici, intervennero con tempestività nei vari generi letterari e parteciparono agli interessi correnti  con opere linguistiche,  storiche, politiche  ecc.

«Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: “Non lo conosco”!».

(Ironica epigrafe indirizzata all’Aretino da Paolo Giovio*)

*Paolo Giovio (Como, 21 aprile 1483 circa – Firenze, 12 dicembre 1552) è stato un vescovo cattolico, storico, medico, biografo e museologo italiano.

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