Giambattista Vasco e la terra ai contadini

Fu il maggior economista piemontese dcl Settecento, quello che indagò con mente più lucida e appassionata i problemi sociali del tempo. Nacque a Torino nel 1753 da famiglia nobile. Compiuti gli studi universitari entrò nell’ordine domenicano (solo verso la fine della sua vita ottenne la secolariz­zazione), ma si convertì ben presto alle dottrine illuministiche. Decisivo fu il suo soggiorno, fra il ’66 e il ’74, in Lombardia e a Milano, dove entrò in contatto con gli uomini del «Caffè», liberandosi dall’angustia politica e ideologica del Piemonte, dove allora anche il dispotismo illuminato appariva irrealizzabile. Nel 1769 pubblicò La felicità pubblica considerata nei coltivatori di terre proprie, importante per il deciso spirito egualitario. Il Vasco non si limita qui alla platonica affermazione della superiorità della proprietà contadina sul latifondo, ma postula con fermezza la necessità d’una legge agraria, di un’equa distribuzione delle terre, difendendo la dignità delle plebi contadine contro il disprezzo dei nobili, e soprattutto affermando la necessità, per la vita stessa dello Stato, di liberarle dallo sfruttamento e di dare ai lavoratori della terra umane condizioni di vita e il giusto livello di benessere. Altri saggi del Vasco, come Della moneta, o quello sul proble­ ma della mendicità (Mémoire sur les causes de la mendicité et sur les moyens de la supprimer) rivelano l’acutezza delle sue concezioni economiche, ispirate al liberismo, e la sua chiara visione dei problemi sociali. Il Vasco morì esule a Milano nel 1796.

La classe dei contadini rimase per tutto il Settecento (e oltre) una delle più duramente oppresse – come, del resto, lo era stata n ei secoli precedenti – per la sua dipendenza dal vecchio ordinamento feudale, aggravato in Italia dal dominio dispotico e sospettoso esercitato da secoli dalle città-stato sulla campagna. Queste pagine del Vasco mettono in evidenza le condizioni di effettiva schiavitù dei lavoratori della terra, lo sfruttamento cui venivano sottoposti, la miseria che spingeva i lavoratori privi di terra propria a vivere, nei mesi di forzata disoccupazione, di elemosina o di furti, o persino a morire di fame. Questa sofferenza secolare era interrotta a tratti dalle rivolte contadine, disperate, sanguinose e sterili che si succedono fin dal Medioevo nella storia d’Europa; per questo nelle pagine degli illuministi il problema contadino è sempre considerato sullo sfondo d’una possibile rivolta anarchica, è sentito come un pericolo fatalmente incombente sulla società qualora non si proceda alle necessarie riforme. Il rimedio proposto dal Vasco è la legge agraria, cioè una distribuzione delle terre che consentisse agli agricoltori di essere veramente lavoratori liberi, nel pieno possesso dei loro diritti umani e civili; anche se poi avvertiva la cosa pressoché impossibile dove vi fossero, come quasi in tutta l’Eunropa, diritti secolari acquisiti. Ma l’importanza di queste pagine sta nel fatto che l’autore ha avvertito l’importanza del problema; nel fatto di avere compreso che soltanto affrontandolo e risolvendolo con decisione uno Stato poteva conseguire la tranquillità. «La totale felicità» di una nazione gli appare infatti «più egualmente fra i membri distribuita dove il contadino ,possiede terre». Non si può ricordar senza orrore la barbarie di quegli uomini che hanno riguardato e trattato altri uomini in qualità di schiavi: e niente meno è tollerabile l’ignoranza di coloro che di una sì crudele e snaturata usanza hanno formato una specie di diritto e l’hanno tanto esteso fino a concedere ai padroni una illimitata potestà sopra le sostanze, la prole e la vita stessa degli schiavi. Sarebbe inutile voler qui confutare i sofismi di Grozio (Grozio è il nome italianizzato dell’olandese Huig van Groot, giurista, filosofo e teologo – 1583/1645 -, celebre per i sui studi sul diritto naturale e internazionale. L’opera a cui qui si riferisce il Vasco è il “De iure belli ac pacis”) e di altri autori che sulli diritti di conquista hanno preteso di stabilire il diritto di schiavitù. Sono stati questi sofismi assai felicemente combattuti da molti, e fra gli altri dall’autore a tutti noto del Contratto sociale (Rousseau). O siano le frequenti ribellioni fatte dagli schiavi, o siano li gravi danni che una tal costumanza ha sempre recato al ben pubblico, o siano i lumi che hanno apportato alla politica i filosofi più dotti, più umani, più liberi; oramai pochi esempi si vedono d’una usanza sì barbara, almeno nelle colte provincie d’Europa. Ma sebbene quasi più non esista questa condizion d’uomini così contraria alla naturale libertà, vi sono però delle condizioni che alla schiavitù più o meno si accostano. Tale è per l’appunto quella dei coltivatori de’ terreni altrui, che sono per necessità della lor condizione posti in una troppo vile dipendenza dai padroni delle terre. Che se la signoria di questi è talmente moderata dalle leggi che non può abusare delle sostanze, della prole, della vita degli agricoltori, non lascia però ella di comparir mostruosa in riflettendo che gli agricoltori non sono gente straniera al corpo della nazione medesima. Poiché finalmente non avendo niente che fare gli schiavi col popolo romano, questo si poteva credere assai libero per quanto dominio sugli schiavi esercitasse (i Romani potevano essere una libera nazione anche se vivevano fra loro molti schiavi, in quanto questi non facevano parte della nazione romana). Ma se la maggior parte degli uomini che formano il corpo di una nazione (quai sono gli agricoltori) si trovino in un à grandissima dipendenza da alcuni altri pochi (quai sono generalmente i padroni delle terre) io non so come il corpo istesso della n azione possa vantar libertà. Vero è che non può sussistere nazione alcuna senza che vi sia un un certo commercio di opere, di modo che si avi, a parlar colla frase dei giureconsulti, chi dia e chi prenda in affitto l’opera delle mani dell’uomo. Ma si rifletta quanta differenza passa fra le opere -degli artisti (coloro che esercitavano un’arte o mestiere, artigiani) e quelle degli agricoltori. La massima libertà che l’uomo porta seco al nascere dalla natura si è quella della sua persona, per cui egli è padrone d’impiegarsi in quelle opere che li giovano e gli aggradano, e non è forzato a impiegarsi né servizi altrui. Presto si è conosciuto che un uomo non poteva da sé solo far tutte le opere che gli erano utili o necessarie, ma che queste agevolmente si sarebbero fatte coll’aiuto di altri uomini. Fu naturale adunque di contraccambiarsi il servigio, aiutandosi gli uni cogli altri coll’unire a comune vantaggio le proprie opere. Distinguendosi poscia col tempo l’abilità degli uomini in diversi generi di· opere, è stato naturalissimo che uno servisse un altro, per esempio, con macinare il di lui frumento, e questi compensasse al primo il servigio conciando le di lui pelli. Quindi il giustissimo contratto chiamato dai giuristi: facio ut facias («Faccio affinché tu faccia»: la formula allude all’economia fondata sullo scambio di prestazioni d’opera. Più avanti l’altra, «faccio affinché tu dia, do affinché tu faccia» definisce fondata sulla ricompensa in danaro). Ma siccome la giustizia di ogni contratto esige l’uguaglianza, né si poteva questa spesse volte ben precisa ravvisare in diversi generi di opere, è stato naturale di sostituire un prezzo, prima in vittovaglie o altre cose utili alla vita, di poi in monete atte a rappresentare qualunque valore, e a queste, come a comune misura, ragguagliare il valore di ciascun’opera. Quindi l’altro giustissimo contratto dai giuristi chiamato: facio ut des, do ut facias. Perfezionandosi in fine a poco a poco le arti utili, si è conosciuto non potersi queste da tutti indifferentemente esercitare né esser conveniente che ciascuno, anche coll’aiuto d’altri, facesse quanto gli era o necessario o comodo, per cagione di esempio il suo vestito, il suo tetto, il suo aratro; ma che migliore e più comoda cosa stata sarebbe che uno tutto si appigliasse a fabricare arnesi rusticali, altri la giornata impiegasse in far case, altri in far vesti ecc. Così la professione di ciascheduno è diventata naturalmente il suo patrimonio, e si è trovato cosa giustissima che l’agricoltore facesse parte dei frutti del suo terreno, o in ispezie o in moneta, all’artigiano, e questi provvedesse colle sue opere ai bisogni dell’agricoltore.
Tutto questo, anzi che esser contrario alla naturale libertà e indipendenza degli uomini, è sulla libertà medesima, resa più comoda e più utile, intieramente fondato. Ma che gli agricoltori facciano tutte le opere necessarie per cogliere i frutti del terreno, e che di questi poi la minor parte resti all’agricoltore, e tutto il rimanente si dia a un altr’uomo che niente ha lavorato e nulla ha fatto a vantaggio dell’agricoltore, o questo sì ch’è assolutamente contrario alla primitiva libertà degli uomini (è questa, nella sua apparente pacatezza, un’affermazione radicale e potenzialmente rivoluzionaria). […]
La disuguaglianza delle condizioni fra gli uomini si è una necessaria inevitabile conseguenza della società, e sembrano a me ro manzeschi tutti i progetti inventati per restituire la naturale eguaglianza . Ma il disprezzo che fassi dei poveri e dei plebei dagli uomini ricchi e potenti, questo è un vizio facilissimo bensì a insinuarsi, ma che si potrebbe o dovrebbe distruggere. Sono sì fatte incontro a questo vizio le leggi, l’oggetto delle quali fu, o dovett’essere, l’abolimento del diritto del più forte. Ma la corruzion del costume è giunta a tale che, abusando la (abusando: i disperati insulti dei plebei di cui parla più avanti sono i tentativi, individuali o collettivi, degli oppressi di farsi giustizia, visto che le leggi sono impotenti ad assicurarla ai più deboli) forza delle leggi fatte per reprimerla le trasforma in altrettanti istromenti di prepotenza, talché spesse fiate ad altro non servon leggi che per assistere il forte contro il debole, o sia difendere i comodi e i capricci dei potenti dai talvolta necessari e disperati insulti dei plebei. Questi sono gli agricoltori, che vuol dire la maggior parte degli uomini (poche nazioni eccettuate) e fra questi sicuramente i più infelici sono li coltivatori delle terre altrui. Anzi i vantaggi, riconosciuti dagli antichi filosofi e poeti e dagli ottimi legislatori nella profession rustica, cessano quasi tutti subito che un uomo è ridotto a lavorare mercenario per profitto degli altri. L’incertezza di trovare lavoro (poiché ciò dipende sempre dai possessori dei fondi), per poco ch’ella duri, basta per funestare tutti quei semplici e naturali piaceri che accompagnano una tal professione. Una malattia che sopravvenga, una disgrazia di qualunque genere basta per ridurre il contadino mercenario · all’ultima miseria. Come potrà egli gustare i dolci piaceri dell’amor coniugale e paterno (piaceri sì largamente dati dalla natura e pel conforto degli individui e per lo mantenimento delle società) se stipendiato appena di quanto basta per un parco e tenue personale mantenimento, non avrà i mezzi giammai per provvedere alla sussistenza della prole né suoi teneri anni? D’onde viene quella folla di miserabili che alle prime nevi che scendono in terra corrono in truppa a innondar le città per procacciarsi il vitto o con furti o con questua? (questua: l’elemosina. Si vede da questa descrizione come la fame fosse un tragico problema dell’Italia del tempo). Vengono costoro dalla campagna. Sono uomini che esistono quanto o la stagione o l’interesse dei proprietari dei fondi loro permette di guadagnarsi colle braccia un picciol vitto, o quanto trovano in difetto da rubare o da accattare per limosina. Non è rarissimo il caso da me visto una volta (caso che fa orrore a ricordarlo) di gente morta di fame e di patimenti, per non trovare né chi dia del lavoro né chi faccia limosina. Un contadino carcerato per sospetto di furto e trovato poi innocente è stato suo grado espulso dalla prigione nei maggiori rigori dell’inverno e in un anno di carestia; onde uscito appena dalle mura della città morì di fame e di freddo. Ma credo essere inutil cosa di più minutamente distendere le miserie degli agricoltori stipendiati. Ciascuno le vede e le conosce abbastanza dalla propria osservazione; e io non potrò a meno di parlarne di nuovo nella seconda parte. Basta intanto quel poco che ho accennato fin qui per mostrare con quanta disuguaglianza sono compartite le felicità, dove gli agricoltori sono presso che tutti mercenari. Prima di chiudere questa prima parte del mio ragionamento devo avvisare che ho sempre fin ora messo in confronto i contadini proprietari delle terre con quelli che le lavorano stipendiati dal padrone. So però esservi secondo gli usi di vari paesi, molte diverse classi di contadini che lavorano le terre altrui. Altri per esempio sono stipendiati a giornata; altri accordati (assunti) per tutto il lavoro di una mietitura, di una vindemia ecc.; altri sono stipendiati a mese o ad anno, ma tenuti in casa in qualità di servitori e mantenuti dal padrone; altri sono accordati a questo patto che per un determinato numero di anni lavorino tutto il consegnato terreno e tutti se ne approprino i frutti, pagandone per ragione di affitto una corrispondente porzione al padrone in ispecie o in denaro; altri finalmente, che in Italia si chiamano comunemente massari, sono accordati a questa condizione, che per un determinato numero di anni lavorino le terre del padrone e poi dividano seco (diversamente secondo i diversi paesi) tutti o i principali raccolti. Altre forse ancora diverse specie di agricoltori vi saranno in altri paesi, ma che si potranno facilmente ridurre ad una delle quattro classi, cioè di giornalieri, di servitori tenuti in casa, di affittavoli, di massari. Facendo ora l’applicazione di tutto il mio ragionamento . a queste quattro classi di agricoltori sarà facile il conoscere che, sebbene non abbiano tanta forza le mie ragioni per li servitori quanta per li giornalieri, e minore ancora per gli affittavoli e massari, ne hanno però tanta ancora per tutti a poter facilmente persuadere qualunque uomo illuminato e spregiudicato essere assai vantaggioso allo stato che i contadini possedano le terre in proprietà, piuttosto che lavorare le terre altrui, in qualunque classe si suppongano gli agricoltori non proprietari.

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