Friedrich Engels: il principio della dialettica

Friedrich Engels è, con Karl Marx, il maggior teorico tedesco del “socialismo scientifico”, fondato cioè sulla conoscenza storico-critica della legge che segna lo sviluppo della società umana, intesa secondo il canone del materialismo storico. Prima del­ l’avvento marxengelsiano, il socialismo europeo aveva connotazioni assai varie e scarsamente critiche. Era un pullulare di esigenze legittime, di proteste di classe, di progetti utopistici. La filosofia di Marx – pur nei suoi limiti storici e teoretici – ebbe un’influenza determi­nante poiché si proponeva come pratica culturale, im­presa e metodo rivoluzionario volto a trasformare il mondo investendolo di se stessa. Per merito di Marx e di Engels si produsse nel pensiero europeo un fermento molteplice eppur unitario, in quanto indusse la accultu­ razione delle masse lavoratrici.

Non è quindi possibile un sia pur schematico accenno a Engels senza ricordare il lavoro svolto in consonan­za con l’amico Marx, dal quale Friedrich venne in parte distinguendosi, pur sempre riconducendo quasi ogni suo atto alla genialità di Karl. Dall’inizio della sua atti­vità di scrittore Engels analizza le strutture economiche che sono base all’organizzazione sociale: il giovane pen­satore – nato a Barmen nel 1820 da una famiglia di industriali tessili – si distacca dall’influenza della sinistra hegeliana e dalle posizioni di Feuerbach, la cui antropo­logia riconduceva l’essenza della religione a una in­ consapevole alienazione delle caratteristiche umane. La sua valida opera “La situazione della classe operaia in Inghilterra” (1845) può considerarsi la prima espressione del socialismo scientifico. Dopo l’incontro con Marx nacquero saggi divenuti ben presto classici. “La sacra Famiglia, ovvero critica della critica criticante. Contro Bruno Bauer e consorti” (1845) che segna la rottura con la sinistra hegeliana. Poi, nel ’46, “L’ideologia tedesca” che restò incompleta, ma che è uno dei frutti migliori della collaborazione tra i due pensatori: attacca Feuer­bach, Bauer, Stirner e i cosiddetti “profeti” del sociali­smo tedesco; opponendo alla speculazione dei filosofi lo schema interpretativo del materialismo storico. Nel ’48 esce dalla penna dei due Dioscuri tedeschi il “Mani­festo del partito comunista” che annuncia in una sintesi grandiosa ed eloquente la tesi della lotta di classe e del­ l’avvento d’una rivoluzione proletaria mondiale, per la costruzione di una società comunistica. Uno dei capolavori della pubblicistica politi­ca moderna e va considerato come tale, anche prescin­dendo dalla validità delle enunciazioni e delle profezie. Successivamente al ’48, la strada di Engels venne distac­candosi alquanto da quella dell’amico, cui serbò tutta­via una fedeltà a tutta prova. Per questi nuovi aspetti del pensiero engelsiano occorre mettere in conto la sua migliore conoscenza sociologica del mondo del lavoro, che lo portò negli ultimi anni di vita ad assumere posi­zioni realistiche e di buon senso nei confronti dei giova­ni partiti socialisti. Sopravvissuto di dodici anni alla morte di Marx (1883) Engels si dedicò alla pubblicazio­ne del “Capitale” (secondo e terzo libro) e scrisse una imponente serie di saggi e articoli e lettere difendendo con varia fortuna due concetti critici: la teoria del valore e la dialettica. Va ricordato “Antidühring” contro ·il pensatore positivista tedesco, cui rimproverava – a torto – un’eccessiva ecletticità. “L’origine della fami­glia, della proprietà privata e dello Stato” segna l’in­contro fra il materialismo storico e l’antropologia. “Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca” (’86) è un saggio assai brillante che ri­percorre il processo storico con il metodo marxistico, nel tentativo di oggettivizzare lo sviluppo umano.

L’impresa più ambiziosa di Engels fu “Dialettica della natura”, pubblicata postuma nel 1925 nell’Unione Sovieti­ca. Opera incompleta, a volte appena abbozzata, ma accarezzata come messaggio conclusivo dell’autore, che si era spostato su posizioni vicine al positivismo imperante, anche per la propria formazione scientifica. Il principio della dialettica, secondo Engels, è che esso ri­flette nella mente il movimento della natura basato sempre su opposizioni e contrasti, con il finale risolversi in forme sintetiche superiori. Quindi articolò la “triade” dialettica ripresa da Hegel e così naturalizzata: Leg­ge della trasformazione della quantità in qualità; Legge della compenetrazione degli opposti; Legge della nega­zione della negazione. Un’intuizione suggestiva ·non meno che oscura. Nell’Unione Sovietica ne fu fatto scempio, deformandola nel “Diamat”: una teologia di Stato. Ma, dopo Antonio Labriola, il grande storico della filosofia Rodolfo Mondolfo ha sostenuto che En­gels intese dimostrare che la dialettica è forma e condi­zione dell’intelligibilità del reale.

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