F. Engels: i caratteri del realismo

Realismo significa, secondo il mio modo di vedere, a parte la fedeltà nei particola­ ri, riproduzione fedele di caratteri tipici in circostanze tipiche. (…) Quanto più nascoste rimangono le opinioni dell’auto­ re e tanto meglio è per l’opera d’arte. Il realismo di cui io parlo può manifestarsi anche a dispetto delle idee dell’autore. (…) Balzac, che io ritengo un maestro del realismo di gran lunga maggiore di tutti gli Zola del passato, del presente e del­ l’avvenire, ci dà nella Comédie humaine un’eccellente storia realistica della socie­tà francese, poiché, sotto forma di una cronaca, egli descrive quasi anno per an­ no, dal 1816 al 1848, la spinta sempre crescente della borghesia in ascesa con­tro la società nobiliare che, dopo il 1815, si era ricostituita ed era ritornata a inal­berare, nel limiti delle sue possibilità, il vessillo della “vieille politesse française” [vecchio modo di vita francese]. Egli descrive come gli ultimi avanzi di questa società, per lui esemplare, andavano a poco a poco soggiacendo all’assalto del ricco e volgare villan rifatto o venivano da lui corrotti; come la “grande dame”, la cui infedeltà coniugale era solamente un mezzo di affermarsi perfettamente ade­guato al modo con cui si disponeva di lei per il matrimonio, faceva posto alla signora della borghesia che si prendeva un marito per amore della cassaforte o del guardaroba; e intorno a questo qua­dro centrale raggruppa una storia com pleta della società francese dalla quale io, perfino nelle particolarità economiche (ad esempio la ridistribuzione della proprietà reale e personale dopo la Rivoluzione francese) ho imparato più che da tutti gli storici, gli economisti, gli stati· stlcl di professione di questo periodo messi Insieme. Certo Balzac fu un legittimista politicamente; la sua grande opera è una continua elegia sull’inevitabile rovina della buona società; tutte le sue simpatie sono per la classe condannata a tramontare. Ma, nonostante ciò, la sua satira non è mai cosi pungente, la sua ironia non è mal così amara come quan­do fa entrare in azione proprio gli uomini e le donne con cui più profondamente simpatizza, e cioè i nobili. E i soli uomini dei quali egli parla sempre con franca ammirazione sono i suoi più recisi avver­sari politici, gli eroi repubblicani del Cloitre Saint Méry, gli uomini che a quell’epoca (dal 1830 al 1836) erano i veri rappre­sentanti delle masse popolari. Che quindi Balzac sia stato costretto ad agire contro le simpatie di classe e i pregiudizi politici a lui propri, che “abbia visto” la necessità del tramonto del suoi diletti nobili e li descriva come uomini che non meritavano alcuna sorte migliore; e che “abbia visto” i veri uomini dell’avvenlre dove a quell’epoca, solamente, era dato trovarli: tutto questo io considero come uno dei maggiori trionfi del realismo e come uno dei tratti più grandiosi del vecchio Balzac*.

* Marx-Engels, Sull’arte e la letteratura, Univ. econ., trad. G. De Caria, Milano, 1954, pp. 27-29.

Il metodo marxista che a tutt’oggi sembra aver meglio approfondito i problemi dell’arte e della critica letteraria ed aver ottenuto i risultati più convincenti è sta­ to elaborato dall’ungherese G. Lukacs. Anche per lui l’unica forma di arte è il realismo, inteso però non come riproduzione meccanica e passiva della realtà nei suoi aspetti quo­tidiani e superficiali, ma come rappresentazione della totalità della vita umana nel suo moto, nel suo svolgimento e nel­ la sua evoluzione.

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