F. De Sanctis: Pier delle Vigne. Analisi del XIII canto dell’Inferno

Innanzi al poeta non vi sono idee, ma corpi; non vi è il suicidio, ma il suicida. E che cosa è l’inferno di Dante? È la riproduzione del peccato; la natura non tutta intera qual è, ma la natura colpevole nel· l’atto della colpa. E l’inferno del suicidio è il suicida colto nel punto ch’egli inferocisce in sé, che separa violentemente quello che la natura ha congiunto. Questa separazione contro la natura, che in vita è opera di un solo istante di cieca passione, Dante te la rende eterna; questa ferita che il suicida si fa, Dante te la rende eterna. L’anima, separatasi violentemente dal corpo, non lo riavrà più mai:

Ché non è giusto aver ciò ch’uom si toglie

e riman chiusa in corpo estraneo di natura inferiore, in una pianta, e la pianta sentirà ad ogni ora la trafittura che il suicida si fece in vita:

L’Arpie, pascendo poi delle sue foglie,
Fanno dolore. ed al doler finestra.

La separazione è eterna, la ferita è eter­na; l’inferno de’ suicidi è il suicidio ripe­tuto eternamente in ogni istante.
Questo è non il concetto, ma la concezio­ne, Il concetto corporale visibile ed ac­cessibile a’ sensi, proprio della poesia e proprio di Dante. (…) La selva de’ suicidi è per noi fantastica, perché si discosta dalle forme terrene: e più date rilievo a questo contrasto, e più cresce la meravi­glia. Qui sta tutta l’arte della rappresenta­ zione.
Per far ciò Dante non ha bisogno di osservazioni, o di esclamazioni, o di apo­strofi, non di gittar grandi frasi, i capelli che si drizzano per lo spavento, il sangue che si agghiaccia nelle vene, ecc.; nella stessa situazione egli trova la sua ispirazione. Poiché, chi è lo spettatore? È un uomo, è Dante stesso, e le sue impressioni sono un contrasto vivente tra quel­lo che ricorda in terra e quello che vede nell’inferno. Come pone il piè nella Sel va, lo spettacolo innaturale che gli si pa­ra davanti gli ricorda la natura e scoppia il contrasto:

Non frondi verdi, ma di color fosco,
Non rami schietti, ma nodosi e involti,
Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.

Fatti pochi passi, gemiti umani gli giungo­no all’orecchio, senza veder persone; il contrasto scoppia di nuovo, e non in fra­si ed antitesi. Il contrasto diviene drammatico, e tu lo trovi in ogni pensiero, in ogni azione di Dante. Quando si odono gemiti, per un istinto naturale l’uomo si guarda d’attorno, non potendo concepire gemiti senza persone che gemono; Dante ode e guarda: nessuno! Il sentimento del­ l’innaturale lo percote, e si arresta smar­rito;

lo sentia da ogni parte tragger guai,
E non vedea persona che il facesse:
Perch’io tutto smarrito m’arrestai.

Questa è la prima impressione. Nella se­conda impressione l’uomo si sforza di spiegare il fatto e suppone che le persone gementi sieno nascoste:

lo credo ch’el credette ch’io credesse,
Che tante voci uscisser tra que’ bronchi
Da gente che per noi si nascondesse.

Dante non accetta l’innaturale, la sua natura d’uomo vi resiste, e di tanto più gagliarda sarà l’impressione sulla incredula sua fantasia, quando ad istanza di Virgilio coglie un ramoscello da un gran pruno:

E il tronco suo gridò: Perché mi schiante?
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
Ricominciò a gridar: Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietate alcuno?

Qui il fantastico prorompe da tutte le par­ti: non solo gemiti, ma sangue e voce e­sce insieme dal tronco; Dante è sopraf­fatto, ed il meraviglioso giunge sino al suo estremo. (…) Lo spettacolo incredibile ch’egli ha innanzi tiene a sé avvinti i suoi sguardi, e gli ruba le parole; lo spirito parla; e Dante guarda:

Come d’un stizzo verde, che arso sia
Dall’un de’ capi, che dall’altro geme,
E cigola per vento che va via;
Cosl di quella scheggia usciva insieme
Parole e sangue: ond’io lasciai la cima
Cadere, e stetti come l’uom che teme.

Ciò che colpisce Dante non è il significa­to delle parole, ma che una pianta parli e sanguini; la qual vista fa sopra lui un effetto tanto potente, che tira a sé lo sguar­do, e gli chiude l’adito ad ogni altra impressione: tutta la sua anima è raccolta nell’occhio. Esempio perfettissimo di rappresentazione diretta; poiché il poeta senza cavar nulla dal di fuori, senza osservazioni, solo narrando, con sole gradazionl tratte dal fondo stesso della situazione, porta il maraviglioso a poco a po­co e seco l’Impressione che vi corrisponde, insino alla sua ultima punta. (…) Quando il fantastico è esausto, e l’occhio si ausa alla scena, nuovi sentimenti succedono, ed Il patetico vi si può dispiega­ re. E già un primo saggio ne avete nelle parole dello spirito. (…) La pietà scaturi­sce da un fonte ben più profondo. È una pietà tutta umana: l’homo sum, la natura umana miserabilmente capovolta e decli­nata a pianta, l’uomo che in luogo a dire: – Perché mi ferisci? perché mi trafiggi? – è ridotto a dire: – Perché mi schiante? perché ml scerpi? È una pietà che ha la sua radice nel fondo stesso della situazione, quale si sia l’uomo che parli. E la pietà si leva fino allo strazio, quando il concetto esce fuori in un vivace contrasto; è (…) il “fummo” e il “siamo fatti”:

Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi:
Ben dovrebb’esser la tua man più pia,
Se state fossim’anime di serpi.

Èun ignoto che parla ad ignoto; ma è un uomo che parla ad uomo. Tra questi due esseri passionati, tra lo spirito sdegnoso e gemente e Dante attonito, sorge la figura pacata di Virgilio. Nella sua parola calma tu vedi l’uomo superiore, a cui è chiaro ciò che a Dante è incomprensibile, e che sa intendere e compatire al dolore dell’altro:

S’egli avesse potuto creder prima,
Rispose Il Savio mio, anima lesa,
Ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
Non averebbe in te la man distesa;
Ma la cosa incredibile mi fece
Indurlo ad ovra, che a me stesso pesa.

E qui lo spirito racconta la sua storia. E dov’è più l’inferno? Dov’è il tronco? Noi siamo in Napoli, nella corte di Re Federi­co, innanzi ad un Cancelliere. Se guardia­mo al fatto, abbiamo in pochi versi tutto un dramma nelle sue parti essenziali. Pier delle Vigne al sommo della potenza e della grandezza, la guerra che gli move contro l’invidia, collisione che genera la catastrofe. Pier delle Vigne non fa che narrare; ma se guardiamo allo stile, vi troviamo un carattere ricchissimo, una compiuta persona poetica. Voi lo vedete tutto vano dei suo uffizio, del suo ” glorioso ufizio “, compiaciuto di volgere a suo senno le chiavi del cuore di Federico, geloso della confidenza che In lui pone il suo signore ed intento a rimuoverne ogni altro; un uomo debole, che vede nella sua sventura gli onori tornati in lutto, la gioia volta in mestizia, e che si uccide per “disdegnoso gusto”, per non saper sostenere il nuovo suo stato: un’anima schietta che parlando fa senza saperlo il suo .proprio ritratto, e si rivela qual è in tutto il suo abbandono. Quanta ricchezza di determinazioni! Un dramma intero non potrebbe mostrarcelo più compiutamente: qui è quello che dicasi visione poetica, quel saper cogliere il personaggio nell’atto della vita. Il fondo di questo carattere non è la grandezza e la forza, ma una squisita gentilezza (…) che qui scorgiamo fin dalle prime parole:

…Sì col dolce dir m’adeschi,
Ch’io non posso tacere; e voi non gravi
Perch’io un poco a ragionar m’Inveschi.

Non solo egli si esprime con delicatezza, ma con grazia ed eleganza, da uomo col­ to, ingegnoso e finamente educato; con antitesi, con metafore, con concetti, con frasi a due a due: “morte comune e delle corti vizio” – “gl’infiammati infiam mar sì Augusto” – “i lieti onor tornaro in tristi lutti” – “per disdegnoso gusto credendo… fuggir disdegno” – “ingiusto fece me contra me giusto”. E perché questo? Perché Pier delle Vigne non è commosso ancora da quello che dice; e se parla della sua abilità segretariesca, egli può bene uscir su con quel suo serrare e disserrare di chiavi; e se parla dei suoi avversari, può bene usare una personificazione rettorica, la “meretrice” che infiamma, sicché gl’infiammati infiammino Augusto. Il suicidio stesso non lo com­move; quell’istante supremo non vale a risvegliare in lui una ricordanza o un’im­magine: è un concetto che gli esce dal labbro. Si sente in lui non l’uomo, ma il cortigiano e il trovatore. Ma vi è una cosa, una sola cosa seria che gli pesa, l’infamia che si tenta gittare sulla sua memoria, l’accusa che gli è lanciata di traditore. Qui è il patetico del racconto: qui la sua immaginazione si scalda, di sotto alla veste del cortigiano spunta l’uomo, e il suo linguaggio diviene sem­ plice ed eloquente:

Per le nuove radici d’esto legno
Vi giuro che giammai non ruppi fede
Al mio Signor, che fu di onor sl degno.
E se di voi alcun nel mondo rlede,
Conforti la memoria mia che giace
Ancor del colpo che ‘nvldia le diede.

A questa pianta una sola cosa avanza vi­va e presente di uomo, la sua memoria in terra, e strazia il cuore a vedere un tronco che, in nome delle sue radici ancor nuove, raccomanda quella parte di sé che gli rimane ancora uomo, la sua memoria. Essa è qualche cosa di vivente che non è lui, o che piuttosto è l’antico lui: egli è un tronco.
Noi siamo all’ultimo atto, alla scena delle spiegazioni. La spiegazione distrugge il fantastico: il misterioso vien meno. Quan­do la realtà è ancor nuova e poco nota, l’anima vive d’immaginazione, e popola la terra di fate, di giganti e di streghe: il reale uccide questo fantastico. Quando l’uomo non sa spiegare i fenomeni naturali, egli immagina esseri fantastici che sieno causa di quelll, la scienza uccide questo fantastico: Apollo col suo cocchio svanisce innanzi al telescopio di Galileo. Qui il fantastico è spiegato e diviene lntelligiblle, cioè a dire cessa di essere un fantastico, un meraviglioso, e diviene la realtà, l’eterna realtà dell’inferno. Ma se li fantastico muore, rimane il patetico, anzi si accresce. Poiché la spiegazione qui non ha niente di didattico: il concetto scientifico è gittato per incidente in un verso:

Ché non è giusto aver ciò ch’uom si toglie.

Il qual concetto diviene poesia, perché Dante ne ha fatto un individuo, l’anima del suicida che racconta la propria storia dal punto che si è separata dal corpo fi­no al giudizio universale. Non vi è pensiero, ma azione, narrata con una vigoria ed efficacia di stile insolita. Le parole sono molto comprensive e risvegliano parec­chie idee accessorie. Nel “disvelta”, si sente non solo la separazione, ma la violenza o lo sforzo contro natura; nel “ba­ lestra” non solo il cadere, ma l’impeto e la rapidità della caduta e l’ampio spazio percorso; nella parola “finestra”, si sentono I sospiri ed i lamenti e il pianto che esce fuori per quel varco. E perché tanto affetto e vivacità nella spiegazione di un fatto? Perché è un suicida che spiega la pena del suicidio, e narrando la storia dell’anima suicida ricorda insieme la sua propria storia. Nell’immaginazione di Pier delle Vigne vi è se stesso presente: sul suo labbro vi è “un’anima”; nella sua coscienza vi è “io”: tanto che da ultimo si mescola nella narrazione: la terza per­sona va via, e “parte”, al “cade”, al “surge ” succede “verremo” e “strasci­neremo”. Quando la spiegazione è com­ piuta, sembra che la situazione sia ora. mai esausta, ma ecco un nuovo fatto che infiamma la pietà: le spoglie del suicida appese all’albero, ch’egli si vedrà innanzi eternamente senza potersene mal rivestire. Nelle parole di Pier delle Vigne si sente una mestizia Ineffabile:

Qui le strascineremo, e per la mesta
Selva saranno I nostri corpi appesi,
Ciascuno al prun dell’ombra sua molesta.

La sua Immaginazione gli presenta quei corpi che penzolano, “I nostri corpi”, ma quel “nostri” desta un’immagine irconfuso e collettiva; egli vede tra gli altri il suo proprio corpo, e sente il bisogno di singolarizzare quel plurale:

“Ciascuno” al prun dell’ombra sua molesta.

Tal è questo canto, una ricca armonia che dal misterioso e dal fantastico va digradando in suoni flebili e soavi.

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