1799: i contadini combatterono la Repubblica napoletana

Correva l’anno 1799: a Napoli fu proclamata la Repubblica partenopea e durò solamente sei mesi. Essa fu abbattuta da contadini sotto il comando del cardinale Ruffo. La domanda nasce spontanea: perché i contadini si batterono contro la Repubblica napoletana? Si ribellarono perché si sentirono presi in giro dai giacobini napoletani  che avevano compreso, sebbene in ritardo, che senza l’adesione dei contadini, cioè della stragrande maggioranza della popolazione dell’epoca, non avrebbero consolidato la loro repubblica. Allora avviarono la discussione sull’abolizione della feudalità e sui criteri per dividere i demani, compresi quelli posseduti dai baroni, e concederli in piccole quote ai cittadini. A questo punto i galantuomini, che possedevano in affitto i demani usurpati dai feudatari, di dettero da fare perché fossero salvaguardati i loro diritti. Tale aspirazione era in netto contrasto con il sogno millenario dei contadini che percepivano come una grande ingiustizia l’usurpazione dei demani. In questo conflitto i ceti medi napoletani furono indifferenti se non ostili alla rivendicazione dei contadini. Fu dato loro a intendere che l’emergente borghesia rurale, una volta perduti i terreni illegittimamente posseduti, non avrebbe più speso la rendita agraria a Napoli e le condizioni di tutti i gruppi sociali della città sarebbero arretrate pertanto, non solo non si poté ripetere quel collegamento virtuoso che si era realizzato nel 1647, tra la rivolta antispagnola dell’insieme dei popolani napoletani, nella quale si era distinto solo per qualche settimana Masaniello come esponente della plebe cittadina, e la “guerra contadina” antifeudale, che aveva avuto come epicentro proprio la Basilicata. Nel 1799, invece, si produsse uno scontro tra città e campagna e tra contadini e galantuomini così violento da evocare una radicale estraneità di valori, di cultura e di identità tra i due blocchi sociali, le cui ragioni sono state ancora indagate a fondo. La storiografia regionale ha fortemente insistito sul carattere eccezionale della vicenda lucana rispetto al resto degli eventi accaduti nel Mezzogiorno, ponendo in risalto il prevalere in alcuni comuni lucani una convergenza tra borghesi e contadini nell’edificazione delle municipalità repubblicane. In sintesi si è sostenuto che, in alcuni centri come Avigliano e Picerno, i governi rivoluzionari locali promisero ai contadini di battersi per la distribuzione di tutte le terre, anche quelle usurpate dai baroni, attirandosi così il loro consenso. Il dato che è apparso decisivo è il numero dei rei di Stato processati nella regione per i fatti del 1799: 1307. E altrettanti sono stati i morti sul campo, dell’una e dell’altra parte. Questi dati confermerebbero il carattere di massa delle adesioni ai moti repubblicani in alcuni centri della Basilicata, ma anche la dimensione enorme dello scontro sociale tra i contadini da un lato e borghesi, galantuomini e intellettuali, dall’altra, in alcuni casi sorretti dagli stessi ceti campagnoli. Dunque, è motivo di legittimo orgoglio sottolineare l’intelligenza politica dei giacobini aviglianesi e picernesi che, a differenza dei napoletani, si mostrarono capaci d’indicare la soluzione alla questione della terra, senza tuttavia poterla risolvere, Ma tale aspetto della vicenda storica, pur meritevole di essere segnalata, non può oscurare il dato generale: dall’altra parte delle barricate si rivoltavano centinaia di contadini provenienti da altre regioni o da altri comuni della stessa Basilicata. Il Colletta narra che i picernesi, esaurite le munizioni, fusero le canne di organo delle chiese, i piombi delle finestre, gli utensili domestici e gli strumenti a uso nelle farmacie per farne pallottole da scaricare sui realisti insorti. Nessuno, però, ha contato con precisione le vittime. Nessun elenco è stato compilato dei caduti al seguito del “capomassa” Gerardo Curcio, detto Sciarpa. Essi furono definiti briganti e la loro storia rimossa, occultata. Eppure le ragioni di Sciarpa erano cospicue e venivano da lontano.

È Diodoro Siculo il primo storico del brigantaggio. Narra dei lusitani, una popolazione spagnola che già nel primo secolo avanti Cristo elegge come patria la montagna, pratica il comunitarismo e respinge l’invasione dei romani, attirandosi per questo l’appellativo di briganti. Da allora l’espressione è stata usata unilateralmente per applicare un marchio d’infamia ad avversari che, visti dall’ottica opposta, diventano invece patrioti, combattenti per la libertà, nemici della tirannide. Ribellandosi ai giacobini napoletani che li volevano imbrogliare, ai Borboni che non avevano distribuito le terre come promesso dal cardinale Ruffo, ai francesi che erano venuti a conquistare l’Italia, ai piemontesi che avevano invaso il Sud annettendolo al proprio regno, i contadini del nostro Mezzogiorno sono passati alla storia come briganti. Pur sottoposti a stragi e repressioni di inaudita ferocia, si sono visti comminare la più brutale e ignobile delle condanne e cioè l’oblio.

Esiste, eppure, un filo rosso che annoda le diverse vicende: il ruolo storico assolto dai “cafoni” i quali, innalzando la bandiera della ribellione, in nome dell’uguaglianza e dell’affermazione della persona umana come condizione per la libertà di tutti lottarono per la ripartizione delle terre demaniali usurpate e la rimozione delle ingiustizie e conquistarono così il loro posto tra i protagonisti della società meridionale. Per essi la libertà non era cambiare padrone, ma riscattarsi dal bisogno, dalle angherie dei signori e dalle usure, godere della terra e dei suoi beni per soddisfare le loro antica fame. Ambivano a scendere in capo con la propria cultura e le loro aspirazioni. Interpretavano inconsapevolmente in modo pieno i valori universali della rivoluzione francese. Rivendicavano il superamento di quel modello città-campagna che ha attraversato l’età medievale e moderna. Esso era fondato sull’esclusione dei contadini tutti dalla fruizione dei diritti politici e dunque sulla loro mancata integrazione nelle pubbliche istituzioni. Ha marcato la distinzione tra la storia del nostro Paese e quella degli altri Paesi occidentali. È stato un tratto politico-culturale che ha caratterizzato in Italia sia le classi dirigenti che il movimento operaio. E il mancato superamento di quel modello spiega la tragedia dell’Ottocento italiano e di una parte del Novecento e la lenta e difficile modernizzazione del Paese, la quale si attuerà in modo pieno solo nel secondo dopoguerra, con l’avvento della democrazia, la riforma agraria e con la trasformazione della società da prevalentemente agricola a prevalentemente industriale. Nonostante tali condizioni le plebi del Sud non hanno costituito una massa informe ai margini della storia. Hanno operosamente plasmato l’evoluzione sociale ed economica dell’intera area.

In pratica, alle nostre spalle non ci sono soltanto ristrette cerchie di possidenti più o meno acculturati, i loro figli che vivono a Napoli per studiare, il clero e poi una massa anonima di cafoni da utilizzare per le proprie rivoluzioni. Pullula una società più composita, con un patrimonio ricco di cultura, tradizioni, arti espressive, mestieri e un vivace attivismo economico che ha dato vita a una progressiva modernizzazione, già dagli inizi dell’Ottocento, e ha alimentato il brigantaggio come valvola di compensazione delle fratture e delle lacerazioni subite. Tale fenomeno non è un capitolo della storia criminale di questo Paese, ma s’iscrive in quella grande parabola di moti ed eventi, che hanno dato corpo all’epopea contadina, orientati dai miti della terra occupata tante volte, del paese della cuccagna agognato costantemente, della città del sole sognata da Tommaso Campanella, della montagna dove cibarsi finalmente anche di carne, delle lontane Americhe dove emigrare per far fortuna. Moti ed eventi vissuti come fuga dalla fame e anelito di felicità.

Volenti o nolenti tutto ciò è riposto in modo indelebile nei tratti distintivi della nostra cultura più profonda. Sarebbe forse tempo che riscoprissimo il crociano “perché non possiamo non dirci…” e la nostra storiografia assumesse il rischio ne la responsabilità della storia comprendente, da non confondere con la storia giustificante. Il recupero integrale della nostra memoria è essenziale per accentuare quei processi identitari oggi indispensabili per fronteggiare la globalizzazione. Perciò vanno incoraggiate le iniziative che si muovono in tal senso. Si tratta di recuperare il senso della complessità del nostro passato per evitare di produrre solo agiografie e stereotipate storie di santi ed eroi. I problemi, le debolezze e i condizionamenti di una certa congiuntura storica riguardano tutti, così come i risultati positivi e le conquiste di civiltà come frutto della dialettica di tutte le forze in campo.

La crisi degli Stati-nazione autosufficienti e l’emergere del binomio sviluppo locale-società globale, che si può governare solo adottando le regole del federalismo universale, consentono di porre finalmente in soffitta le dimensioni ideologiche, strumentali e apologetiche della storiografia nazionalistico-liberale e tuffarsi nella ricerca delle fonti con un approccio interdisciplinare fortemente ancorato al territorio e senza pregiudizi. Nello stesso tempo occorre saper inserire gli avvenimenti dirompenti della nostra storia nella lunga durata braudeliana e confrontarli con analoghe rotture avvenute in altre parti del mondo. I duecento anni e passa della Repubblica partenopea può costituire l’occasione per voltare pagina e avviare una ricerca storica che faccia entrare in gioco linguistica e archeologia, geografia e sociologia, economia e geologia, antropologia e letteratura e affronti le interdipendenze temporali e spaziali, partendo da specifiche dimensioni territoriali e identità socio-culturali, ma avendo come riferimento il mondo.

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